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Piersanti Mattarella, quel delitto nella nebbia

Piersanti Mattarella, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980 
Le anomalie dell’agguato
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L'accertamento compiuto su una targa ritrovata nel 1982 in un covo neo-fascista di Torino è molto importante perché dimostra l'integrità del reperto, che si pensava fosse stato distrutto nel 2004, come già sostenuto nel novembre 1989 dal giudice Gioacchino Natoli che lo aveva avuto tra le mani. Da ciò ne discende l'impossibilità che quella targa possa essere stata composta con residuati di targa rimasti nella disponibilità dei sicari di Piersanti Mattarella come prospettato dal magistrato Loris D'Ambrosio in un'importante relazione del settembre 1989, desecretata soltanto nel 2018.


Questa constatazione costituisce un duro colpo a quanti continuano a sostenere la responsabilità dei Nar Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini nell'omicidio Mattarella, da cui entrambi sono stati assolti in via definitiva. Ciò nonostante, la questione dell'individuazione degli esecutori dell'omicidio Mattarell…

L'accertamento compiuto su una targa ritrovata nel 1982 in un covo neo-fascista di Torino è molto importante perché dimostra l'integrità del reperto, che si pensava fosse stato distrutto nel 2004, come già sostenuto nel novembre 1989 dal giudice Gioacchino Natoli che lo aveva avuto tra le mani. Da ciò ne discende l'impossibilità che quella targa possa essere stata composta con residuati di targa rimasti nella disponibilità dei sicari di Piersanti Mattarella come prospettato dal magistrato Loris D'Ambrosio in un'importante relazione del settembre 1989, desecretata soltanto nel 2018.


Questa constatazione costituisce un duro colpo a quanti continuano a sostenere la responsabilità dei Nar Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini nell'omicidio Mattarella, da cui entrambi sono stati assolti in via definitiva. Ciò nonostante, la questione dell'individuazione degli esecutori dell'omicidio Mattarella rimane aperta e non è di lana caprina. Infatti, per la giustizia italiana, quel delitto, ideato dai corleonesi, è come se poggiasse sul vuoto, divenendo sempre più etereo e vaporoso quanto più le indagini si avvicinano al livello dei suoi effettivi esecutori. La perdurante anomalia di questo "delitto eccellente" è tutta qui: in simili episodi, di solito, gli autori sono consegnati alla giustizia, mentre i mandanti rimangono avvolti nell'oscurità, ma in questo caso è avvenuto l'esatto contrario.


Tuttavia, nel marzo 2016, il pentito Francesco Di Carlo ha indicato nel boss di Resuttana Nino Madonia il killer di Mattarella. Lo ha fatto a partire da una notevole somiglianza tra lui e l'identikit del sicario elaborato nell'imminenza del delitto sulla scorta di precise indicazioni fornite dalla moglie di Mattarella, ma sorprende che l'uomo non sia mai stato messo a confronto con la vedova. Così come stupisce che la magistratura abbia rinunciato a verificare tale accusa che implicherebbe di approfondire la natura "ibrida" del mandamento di Resuttana: crocevia corleonese del rapporto tra quella parte di servizi segreti e di polizia palermitana che giocava di sponda con la mafia e neo-fascisti come Pier Luigi Concutelli, in rapporto sin dai primi anni Settanta con il clan dei Madonia. Quel Concutelli che proprio Fioravanti provò più volte a liberare dal carcere, scendendo per questo a Palermo, per sua stessa ammissione, poi ritrattata, nei giorni dell'omicidio Mattarella.


Secondo D'Ambrosio il delitto Mattarella non fu una esecuzione mafiosa classica e l'uso anche di un sicario esterno sarebbe stato funzionale a determinare un depistaggio di confusione. Il disorientamento investigativo scaturito, infatti, sarebbe tornato utile sia ai mafiosi sia ai mandanti nascosti, come peraltro è avvenuto, nel caso in cui le due entità avessero eccezionalmente agito in coabitazione per una pluralità di cause e interessi autonomi ma convergenti.


Secondo D'Ambrosio, i Nar sarebbero serviti a soddisfare le esigenze strategiche di un omicidio politico occulto, celato sotto una causale mafiosa, dove abbiamo due coautori come mandanti (i corleonesi e un livello politico/criminale romano): per questo egli, a proposito del delitto Mattarella, ha parlato di un delitto di "politica mafiosa" in cui lo Stato e l'antistato convivono e si compenetrano. Anche Giovanni Falcone denunciò l'esistenza di "ibridi connubi", ossia di un rapporto incestuoso tra le famiglie mafiose, le formazioni eversive neo-fasciste, i vertici della P2 e una parte degli apparati investigativi e della politica siciliana collusa con Cosa Nostra, resa forte dal rapporto di protezione con i suoi riferimenti nazionali.


Per spiegare l'anomalia del delitto Mattarella bisogna continuare a guardare a Roma, ma per capire Roma è necessario continuare ad analizzare il delitto Mattarella, così da rispondere, anche quarant'anni dopo, a una elementare domanda di verità e di giustizia che interroga le dinamiche profonde del potere italiano. Nel farlo è bene tenere a mente una frase di Italo Calvino (annata 1974, ma il vino buono, si sa, migliora con gli anni): "Il piano eversivo fascista è certo un pericolo. Ma più insidiosa e concreta, perché già in atto, è l'instaurazione di un antistato che conviva stabilmente con la nostra democrazia, corrodendo i vertici del potere col ricatto, con le stragi, con i regolamenti dei conti" e, sei anni dopo, uccidendo un uomo come Mattarella, il quale si era messo in testa di combattere Cosa Nostra a casa sua, cioè in Italia, non a parole - come fanno tutti, anche i mafiosi, ovviamente - ma per davvero.