Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell'Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l'apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli "ambientalisti radical chic".
Ma al di là delle polemiche, e delle scorie che esse spesso disseminano nel dibattito pubblico, è interessate capire se le dichiarazioni di Cingolani siano da interpretare come una reale inversione di rotta nella politica energetica del nostro Paese. In realtà, appena due mesi fa lo stesso Cingolani era stato lapidario sul tema: "Il nucleare è qualcosa che noi come cittadini italiani abbiamo escluso con due referendum. Non si torna indietro e non ci piove". Cosa è cambiato da allora? Perché invec…
Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell'Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l'apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli "ambientalisti radical chic".
Ma al di là delle polemiche, e delle scorie che esse spesso disseminano nel dibattito pubblico, è interessate capire se le dichiarazioni di Cingolani siano da interpretare come una reale inversione di rotta nella politica energetica del nostro Paese. In realtà, appena due mesi fa lo stesso Cingolani era stato lapidario sul tema: "Il nucleare è qualcosa che noi come cittadini italiani abbiamo escluso con due referendum. Non si torna indietro e non ci piove". Cosa è cambiato da allora? Perché invece mercoledì scorso il responsabile della Transizione ecologica a una domanda sul nucleare ha risposto in modo opposto: "Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura. Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso è da folli non considerare questa tecnologia".
Si potrebbe attribuire il dietrofront al pressing di una qualche lobby nuclearista, che però in Italia è praticamente inesistente. Chi conosce bene il ministro propende piuttosto per una spiegazione "psico-biografica". Cingolani è uno scienziato e un tecnologo, tutta la sua carriera, dall'Università di Lecce, all'Istituto italiano di tecnologia, a Finmeccanica, è all'insegna della fiducia in macchine e dispositivi capaci di migliorare la vita degli esseri umani. Se c'è da valutare una innovazione, che sia il ponte sullo Stretto di Messina o una centrale nucleare, lui pretende che lo si faccia basandosi sui numeri, sugli studi scientifici, non sulle ideologie. In ogni occasione rivendica il suo essere un ricercatore e non un politico. E qui si innesta il secondo aspetto psico-biografico: Cingolani, raccontano i suoi collaboratori presenti e passati, dice sempre quello che pensa. Lo faceva da scienziato, lo fa ora da ministro della Repubblica, con conseguenze assai più dirompenti.
C'è però anche uno scontro europeo che potrebbe spiegare la sortita nucleare di Cingolani. Da mesi a Bruxelles si discute della cosiddetta "tassonomia green": una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi "verdi" e dunque finanziabili dalla Ue. L'Italia si è a lungo battuta, senza successo, per farvi includere il gas naturale, meno inquinante di carbone e petrolio ma pur sempre un combustibile fossile che contribuisce alle emissioni di CO2. I vicini francesi invece sarebbero molto vicini a ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell'Unione. La Francia, che già ci vende l'elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese. E allora, potrebbe essere il ragionamento di Cingolani, facciamole anche noi queste centrali atomiche di nuova generazione.
Almeno sulla carta, perché non ne esistono ancora di operativi, si tratterebbe di reattori molto più sicuri di quelli tradizionali: con sistemi di raffreddamento meno vulnerabili e quindi ridotti rischi di perdite di acque contaminate. E con un abbattimento quasi totale delle scorie radioattive da dover poi trattare e stoccare. C'è però una questione di tempi: alcuni anni perché la tecnologia sia matura e chissà quanti perché l'opinione pubblica italiana accetti il nuovo nucleare. A trent'anni dallo spegnimento dell'ultimo reattore per la produzione di energia il nostro Paese non è ancora riuscito a individuare un sito per il Deposito nazionale che dovrà custodire i rifiuti radioattivi del passato. Quanto ci vorrà prima che i territori dicano sì alle centrali atomiche del futuro? Senza contare che, come ha ricordato lo stesso Cingolani, non si possono ignorare i due referendum che avevano archiviato l'atomo. Insomma, passeranno decenni. E invece, se si vuole evitare la catastrofe climatica, la transizione energetica va avviata immediatamente. Non a caso i 70 miliardi dell'Europa confluiti sulla Rivoluzione verde del Pnrr andranno spesi entro il 2026, con grandi investimenti sulle fonti pulite oggi disponibili: solare ed eolico.
Sul nostro sito un portale dedicato a transizione ecologica ed emergenza climatica: www.repubblica.it/green-and-blue