Ascoltiamo Azada Afghani, la donna afghana che è fuggita dal Paese a causa dei talebani come migliaia di suoi concittadini. Azada, bellissimo nome. Significa libertà nella lingua afghana. E in effetti le parole del suo articolo di ieri su questo giornale, parlano di libertà. Libertà persa inesorabilmente. Lo dice chiaro. Ma anche libertà desiderata, anelito di libertà.
Dobbiamo ascoltare il suo monito. Cristallino, nitido, di una forza straordinaria. Azada ci incita a non credere alle parole dei talebani. Non sono quelli che vogliono apparire. Non è vero che rispettano i diritti delle donne. Dicono di farlo per l’istruzione ma poi esplicitano che le bambine devono andare solo alle elementari. Dicono di farlo per l’economia, ma poi non fanno tornare al lavoro le donne nel settore pubblico. Nessun posto sarà per le donne tra i ministri o i vice. Non ci sono elementi oggettivi che possano indurre a pensare che sono camb…
Ascoltiamo Azada Afghani, la donna afghana che è fuggita dal Paese a causa dei talebani come migliaia di suoi concittadini. Azada, bellissimo nome. Significa libertà nella lingua afghana. E in effetti le parole del suo articolo di ieri su questo giornale, parlano di libertà. Libertà persa inesorabilmente. Lo dice chiaro. Ma anche libertà desiderata, anelito di libertà.
Dobbiamo ascoltare il suo monito. Cristallino, nitido, di una forza straordinaria. Azada ci incita a non credere alle parole dei talebani. Non sono quelli che vogliono apparire. Non è vero che rispettano i diritti delle donne. Dicono di farlo per l’istruzione ma poi esplicitano che le bambine devono andare solo alle elementari. Dicono di farlo per l’economia, ma poi non fanno tornare al lavoro le donne nel settore pubblico. Nessun posto sarà per le donne tra i ministri o i vice. Non ci sono elementi oggettivi che possano indurre a pensare che sono cambiati. Abbiamo il dovere come singoli cittadini, come società civile, come governi, di ascoltarla. Per molte donne è stato uno shock questo ritiro frettoloso e disorganizzato. O forse le donne hanno esternato di più le loro emozioni. Tutte a dirci…facciamo qualcosa...ma che cosa...come? Aiutiamo le donne afghane, un clima generale di sorellanza e di forte solidarietà si è sviluppato. Ci riempiamo di telefonate, messaggini, sui social. Eravamo tutte felici dell’eliminazione del burqa in quel Paese così lontano da noi. L’avevamo vissuta come una vittoria per tutte noi. E anche nel vedere tante ragazze a scuola e all’università.
Poi il colpo. Il ritiro, la resa già scritta nel trattato di Doha, che non prevede mai, leggetelo per favore, la parola diritti. Lascito di Trump, uno che per le donne ha “scarse attenzioni”, ed è un eufemismo. Ma attuato da Biden, purtroppo.
E allora penso. Nel 1948 le Nazioni Unite approvarono la Dichiarazione universale dei diritti umani il cui articolo 1 dichiara: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.
Se un regime nascesse con il dichiarato proposito di opprimere una parte della popolazione per motivi religiosi, etnici, di salute fisica, età, di genere o di orientamento sessuale, questo Paese si collocherebbe al di fuori del Diritto e della legittimità internazionale.
Le donne afghane sono esseri umani. Non si può scendere a patti con un regime che si costituisce sulla premessa della discriminazione delle donne.
Non c’è relativismo cultural, realpolitik, o diplomazia internazionale che possano giustificare la benché minima legittimazione internazionale di un tale scempio. Noi siamo l’Europa e non possiamo tollerarlo. Dobbiamo esigere rispetto dei diritti delle donne, fare pressione in tutti i modi possibili perché ciò avvenga.
Bisogna mantenere corridoi umanitari permanenti. Bisogna ottenere un organismo indipendente che vigili sul rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani. L’Europa deve diventare una volta per tutte protagonista.
Qualsiasi interazione deve essere accompagnata da precisi e verificati atti che dimostrino il rispetto da parte dei talebani delle pari dignità e della non persecuzione delle donne afghane. Stiamo con Azada e tutti gli Afghani che vogliono la libertà e la democrazia.
Non possiamo firmare cambiali in bianco ai talebani. Non possiamo lasciare sole le donne afghane. Né abbandonare il popolo afghano alla barbarie.
Libertà, o meglio Azada come dicono gli Afghani.
Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat