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Il trionfo sui pregiudizi

Veronica Yoko Plebani, vincitrice della medaglia di bronzo nel triathlon  (ansa)
Record di medaglie alle Paralimpiadi
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Contro il pietismo e la retorica, oltre le sdolcinature e la zuccherosa bontà, gli atleti paralimpici (e se cominciassimo a chiamarli atleti e basta?) hanno frantumato ieri un altro record, quello delle medaglie vinte: 65. I Giochi di Tokyo, già vissuti per lunghe settimane abbattendo quasi ogni limite con i cosiddetti “normodotati” (verrà il giorno in cui le parole brutte decideranno di autodistruggersi?), ci consegnano infine l’ultimo messaggio: il limite, per qualcuno, semplicemente non esiste. 

Nuotare senza braccia, pedalare senza gambe, sciare senza vista. Cos’è, dunque, un limite? Dove comincia e dove finisce? E cosa racconta la gloria di un corpo intatto anche quando non lo sembra, forse addirittura più integro rispetto a un altro “sano” o “normale”? Ci sono persone che, considerando l’idea del limite, neppure proverebbero a uscire di casa, altro che trionfare nello sport. Ma queste …

Contro il pietismo e la retorica, oltre le sdolcinature e la zuccherosa bontà, gli atleti paralimpici (e se cominciassimo a chiamarli atleti e basta?) hanno frantumato ieri un altro record, quello delle medaglie vinte: 65. I Giochi di Tokyo, già vissuti per lunghe settimane abbattendo quasi ogni limite con i cosiddetti “normodotati” (verrà il giorno in cui le parole brutte decideranno di autodistruggersi?), ci consegnano infine l’ultimo messaggio: il limite, per qualcuno, semplicemente non esiste. 

Nuotare senza braccia, pedalare senza gambe, sciare senza vista. Cos’è, dunque, un limite? Dove comincia e dove finisce? E cosa racconta la gloria di un corpo intatto anche quando non lo sembra, forse addirittura più integro rispetto a un altro “sano” o “normale”? Ci sono persone che, considerando l’idea del limite, neppure proverebbero a uscire di casa, altro che trionfare nello sport. Ma queste non sono prove o virtù declinabili solo nella lingua del talento, della tenacia o della volontà.

Un’impresa massiccia e diffusa come quella azzurra alle Paralimpiadi chiama in causa un intero apparato sociale: o fa sistema, oppure non è data. Servono le condizioni strutturali, un welfare autentico, impianti sportivi e allenatori, dirigenti, famiglie, cioè tutta la galassia che ruota attorno all’atleta, e molto di più se questo atleta deve fare i conti con problemi fisici. Se il grado di civiltà di un Paese si misura anche sull’attenzione che presta ai portatori di handicap fisico o mentale, sulle opportunità che concede nello sport e fuori dallo sport, ci sarebbe quasi da pensare che l’Italia sia diventando un Paese più civile, o almeno più attento e rispettoso dei bisogni di ognuno. Un Paese è civile quando un nuotatore senza gambe ha la possibilità di allenarsi, gareggiare e nel caso vincere, così come lo è se una carrozzina può essere condotta lungo un marciapiede, e fatta salire e scendere attraverso gli appositi scivoli e varchi, e se non ci sono autovetture o motociclette di mezzo. 

Le 65 medaglie raccontano una storia bellissima, perché non soltanto ci dicono chi siamo, ma ci indicano chi potremmo diventare. Sono la realtà insieme al desiderio, un’eventualità che non abita la terra dei sogni ma ci riguarda uno per uno, e parla ai nostri ragazzi, tutti, quelli sani e quelli soltanto un po’, quelli malati e quelli soltanto un po’.

Sulla scia di Bebe Vio e Alex Zanardi forse stiamo diventando persone migliori, non solo atleti più forti, non solo ori e argenti e bronzi olimpici. Gli atleti gridano forte che il pregiudizio si può battere come qualunque avversario, e che non c’è bisogno di elemosine di attenzione per essere considerati, ed eventualmente felici e soddisfatti di sé. Il prossimo passo, dopo avere abbattuto quella scocciatura del limite, quasi sempre un condomino abusivo che occupa le nostre teste, sarà pensare diversamente alla normalità.

Non si tratta di essere solo “diversamente abili” (tra l’altro, molti di loro non temono la scorrettezza linguistica di definirsi disabili, o sordi, o ciechi: perché non hanno paura della realtà), ma di pensarsi diversamente normali, ovvero normali tutti perché tutti atleti, tutti essere umani: corretti, scorretti, virtuosi, fragili, paurosi, indomiti. Uguali tutti, perché tutti diversi.