La seconda metà dello scorso secolo è stata vissuta pericolosamente lungo il crinale della "Guerra nucleare". L'Europa sembra voler correre il rischio di affrontare ora una sorta di nuova "Guerra del nucleare". Combattuta non sul terreno bellico delle bombe, ma su quello delle "centrali". Degli impianti che producono elettricità.
Perché dietro la polemica che si è aperta in questi giorni sull'eventuale ritorno alla energia atomica e che ha visto protagonista prima il ministro per la Transizione ecologica Cingolani e poi l'amministratore delegato dell'Enel Starace, c'è il grande puzzle che si sta componendo su questo fronte all'interno dell'Unione europea. Con trincee contrapposte, sfide politiche, alleanze trasversali e tanta, troppa ambiguità da parte di Bruxelles.
C'è infatti una sottile ma preoccupante equivocità che sta accompagnando una delle più g…
La seconda metà dello scorso secolo è stata vissuta pericolosamente lungo il crinale della "Guerra nucleare". L'Europa sembra voler correre il rischio di affrontare ora una sorta di nuova "Guerra del nucleare". Combattuta non sul terreno bellico delle bombe, ma su quello delle "centrali". Degli impianti che producono elettricità.
Perché dietro la polemica che si è aperta in questi giorni sull'eventuale ritorno alla energia atomica e che ha visto protagonista prima il ministro per la Transizione ecologica Cingolani e poi l'amministratore delegato dell'Enel Starace, c'è il grande puzzle che si sta componendo su questo fronte all'interno dell'Unione europea. Con trincee contrapposte, sfide politiche, alleanze trasversali e tanta, troppa ambiguità da parte di Bruxelles.
C'è infatti una sottile ma preoccupante equivocità che sta accompagnando una delle più grandi opzioni strategiche dell'Ue. Quella del "Green Deal". La proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035 non ha avuto il coraggio di sciogliere quel nodo. Sul nucleare ha assunto una posizione pilatesca. Lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell'energia sia "verde" oppure no. Lo rinvia, senza coraggio. Nello stesso tempo ammette che non è inquinante ma che lascia in eredità alle generazioni del futuro le scorie radioattive. È una vaghezza che consegna al dibattito tra i partner un pacchetto di incoerenza. Con una matrice tutta politica. Certo, è ormai evidente che la Commissione ha dovuto prendere atto che gli Stati membri sono divisi su questo punto. Da mesi - la conferma è stata data al consiglio europeo di giugno scorso con le parole del presidente francese - il "Cavaliere nero" della fissione nucleare si trova a Parigi. Macron - così come tutta la classe dirigente di quel Paese - è il "generale" che sta conducendo appunto la "Guerra del nucleare". Non è una sfida ideale, bensì molto concreta. Fatta di soldi, tanti soldi. Non solo perché i francesi basano la loro bilancia energetica sull'atomo, ma soprattutto perché lo esportano. Basti un esempio: la Cina in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari. La maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi. È una questione di miliardi di euro, non di qualche spicciolo.
È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l'Europa dovrà affrontare con il cosiddetto "Fitfor55" rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità. Se il nucleare è "verde", Parigi godrà allora di un vantaggio competitivo impressionante. E metterà tutti gli altri nella necessità di rincorrere o di pagare un prezzo economico e sociale troppo salato. Questa è la vera posta in palio.
Come è accaduto per il Covid, come può accadere per la Difesa e forse il Patto di Stabilità, l'Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare la sfida. I passi avanti nella costruzione dell'edificio comunitario si sono compiuti nei momenti di crisi. Questo lo è. L'ambiguità, però, non è mai una risposta.
Su questo terreno del resto, tutti saranno costretti a cedere buona parte del proprio passato e del proprio retaggio. Per l'Europa si tratta anche di una transizione culturale: il passaggio definitivo dall'industrialismo all'ambientalismo, dalla rivoluzione industriale a quella ecologica. Una fase difficile per tutti. Certo, Macron è ormai in campagna elettorale e di certo la sua memoria sta già correndo verso i gilet gialli che protestavano proprio sulla tassazione dei carburanti. La sua memoria, però, non funziona altrettanto bene quando deve ricordare la fuoriuscita radioattiva a giugno scorso da un impianto cinese con tecnologia d'Oltralpe. Rinunciare al nucleare, insomma, può essere un sacrificio. Come per la Germania lo sarà ridurre il ricorso al carbone (è il primo Paese per produzione di lignite). Del resto - si sa - in questo mondo dal potere e dalla comunicazione breve, il consenso è ora e l'aria pulita lo sarà poi. Ma questa è anche la differenza tra la difesa transitoria del presente e l'edificazione lungimirante del futuro. Sono i costi di chi vuole scavalcare il XX secolo e passare al XXI.