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Il nostro futuro in Afghanistan

(reuters)

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Conflitto e cooperazione con i talebani
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Possiamo distogliere l'attenzione dall'Afghanistan dopo il ritiro dei nostri contingenti militari? In fondo, nell'ottica occidentale e in particolare americana, il ripiegamento dovrebbe servire anche a questo. Eppure, la realtà sul terreno vanifica gli auspici: incide sugli interessi di sicurezza dell'Occidente, tocca la sua residua credibilità e impone di definire il nostro rapporto con i talebani, ben al di là dei negoziati in corso per proteggere chi vuole uscire.


I nostri interessi, intanto. Si tratta anzitutto di evitare che il territorio afghano ritorni ad essere un santuario per il terrorismo jihadista: disporre di basi territoriali rende più agevole agli jihadisti espandersi in nuove aree impoverite e fuori controllo, reclutare combattenti da ogni dove, promuovere nei nostri Paesi proselitismo e emulazione. Occorre poi prevenire un disastro umanitario che coinvolgerebbe una popolazione inerme e poverissima, già in situazione…

Possiamo distogliere l'attenzione dall'Afghanistan dopo il ritiro dei nostri contingenti militari? In fondo, nell'ottica occidentale e in particolare americana, il ripiegamento dovrebbe servire anche a questo. Eppure, la realtà sul terreno vanifica gli auspici: incide sugli interessi di sicurezza dell'Occidente, tocca la sua residua credibilità e impone di definire il nostro rapporto con i talebani, ben al di là dei negoziati in corso per proteggere chi vuole uscire.


I nostri interessi, intanto. Si tratta anzitutto di evitare che il territorio afghano ritorni ad essere un santuario per il terrorismo jihadista: disporre di basi territoriali rende più agevole agli jihadisti espandersi in nuove aree impoverite e fuori controllo, reclutare combattenti da ogni dove, promuovere nei nostri Paesi proselitismo e emulazione. Occorre poi prevenire un disastro umanitario che coinvolgerebbe una popolazione inerme e poverissima, già in situazione critica sul piano dei diritti e che abbiamo sempre detto di voler tutelare. Ne può scaturire un flusso di profughi rilevante e difficile da limitare ai Paesi confinanti. È opportuno infine non lasciare la stabilizzazione solo in mani cinesi, russe e pakistane, perché potrebbe realizzarsi scaricando verso l'esterno, a nostro danno, le criticità afghane e comunque ci precluderebbe eventuali opportunità future di tipo economico, energetico, minerario.


Tutti questi aspetti implicano un'interlocuzione con il governo talebano: irrealistico a questo punto pensare di sovvertirlo in qualche modo, illusorio ipotizzarne l'isolamento visto che non manca chi già gli tende la mano. Certo, non può trattarsi di un dialogo - e tanto meno di un riconoscimento - senza condizioni: lo rendono inaccettabile il peso delle atrocità passate e le rinnovate vessazioni sulle donne e i deboli. È del resto la linea definita a livello europeo, con la richiesta di un governo inclusivo e del rispetto dei diritti.
A complicare ulteriormente le cose sono gli interessi più concreti e urgenti dei governanti talebani. Per loro, poco attenti ormai ad un Occidente sconfitto sul campo, prevalgono esigenze diverse: affermare la propria autorità in tutto il Paese, preservare una ragionevole compattezza tra le molte anime del talebanesimo, essere sostenuti per fronteggiare le difficoltà economiche e le attese delle piazze. Sono priorità che non li fanno andare troppo per il sottile. Comportano connivenze e collaborazioni sul campo con ogni forma di jihadismo per controllare meglio il territorio (e la sicurezza di Kabul subito affidata alla spietatezza del network criminale/terrorista degli Haqqani ne è un assaggio); fanno preferire accordi soprattutto con gli Stati più vicini e con chi offre sostegno immediato e senza troppi scrupoli. Proprio ciò che ci conviene evitare.


Non abbiamo molti strumenti di pressione per influire sugli eventi. La comunità internazionale nel suo complesso avrebbe verso Kabul soprattutto l'arma della compattezza: la difficoltà ad individuare una modalità di lavoro comune, magari partendo dal G20 a guida italiana, dimostra tuttavia che unire gli sforzi non è semplice. L'Occidente dal canto suo può cercare di fare leva sull'antiterrorismo e sugli aiuti materiali e finanziari. Sono strumenti importanti, ma a doppio taglio. La prosecuzione delle attività contro il jihadismo dipende soprattutto dagli Stati Uniti: sarebbero poco efficaci senza il loro supporto aereo. Americani e talebani condividono pur tra molte ambiguità un nemico, lo Stato islamico del Khorasan. Combatterlo implica tuttavia accettare una forma di collaborazione con il nuovo regime, contribuisce in definitiva a consolidarlo. Gli aiuti occidentali, a loro volta, sono essenziali per evitare l'implosione di un Paese che ne dipende in larghissima parte e le cui riserve sono congelate in America. Ma sbloccarli indiscriminatamente ci priva della possibilità di condizionarne l'erogazione.

Conflitto e cooperazione con i talebani coesisteranno a lungo. Dovremo gestirli: scegliere una sola via non scioglierebbe tutti i nodi e ci toglierebbe altro prestigio.