Batte di nuovo, dopo Kabul, “l’ora dell’Europa”. Questa frase, poco fortunata, fu utilizzata dal ministro lussemburghese Jacques Poos nel 1991, di fronte ai conflitti balcanici. Salvo che gli europei dovettero aspettare gli Stati Uniti per gestire la Bosnia (Accordi di Dayton) e intervenire in Kosovo. In Libia, nel 2011, la Francia decise che l’Europa doveva agire; ma ebbe bisogno dell’appoggio militare di Barack Obama. Oggi, dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan, Josep Borrell, Alto Rappresentante della politica estera europea, annuncia che ecco, finalmente ci siamo: la difesa europea, con una forza di reazione rapida di 5.000 soldati, è nell’ordine naturale delle cose. Siamo di nuovo, 30 anni dopo, all’ora dell’Europa. Un’ora lunghissima, a dire la verità.
Lasciatemi precisare: sono più che favorevole al rafforzamento della difesa europea; penso anzi che un aumento delle capacità opera…
Batte di nuovo, dopo Kabul, “l’ora dell’Europa”. Questa frase, poco fortunata, fu utilizzata dal ministro lussemburghese Jacques Poos nel 1991, di fronte ai conflitti balcanici. Salvo che gli europei dovettero aspettare gli Stati Uniti per gestire la Bosnia (Accordi di Dayton) e intervenire in Kosovo. In Libia, nel 2011, la Francia decise che l’Europa doveva agire; ma ebbe bisogno dell’appoggio militare di Barack Obama. Oggi, dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan, Josep Borrell, Alto Rappresentante della politica estera europea, annuncia che ecco, finalmente ci siamo: la difesa europea, con una forza di reazione rapida di 5.000 soldati, è nell’ordine naturale delle cose. Siamo di nuovo, 30 anni dopo, all’ora dell’Europa. Un’ora lunghissima, a dire la verità.
Lasciatemi precisare: sono più che favorevole al rafforzamento della difesa europea; penso anzi che un aumento delle capacità operative dell’Europa, nella sicurezza e difesa, sia anche una delle condizioni per salvare il salvabile della Nato. Gli americani lo chiedono da anni; e ci dicono da almeno tre presidenze che vogliono concentrarsi sull’Asia orientale. Ciò significa che l’Europa dovrà assumersi responsabilità più dirette nella gestione delle crisi ai propri confini. Avendo, cosa che per ora non ha, le capacità militari e la volontà politica di farlo.
L’obiettivo di costruire una difesa europea è più che ragionevole, quindi; è necessario. Sono le motivazioni, i modi e l’approssimazione con cui viene enunciato che fanno cascare le braccia. Anzitutto, l’ora dell’Europa è annunciata in modo convinto solo quando l’America delude o spaventa. E quindi va e viene. Con Trump, l’Europa doveva - così si diceva allora - prendere in mano il proprio destino; ma con l’arrivo di Biden, e le sue dichiarazioni sul rilancio dell’alleanza transatlantica, la priorità della difesa europea è diventata ... meno prioritaria (come dimostra il taglio degli stanziamenti previsti per il Fondo europeo di difesa). Tuttavia, dopo il ritiro da Kabul con una sostanziale assenza di consultazioni fra Washington e gli alleati, l’Europa ha riscoperto le virtù della cosiddetta “autonomia strategica”. Il punto è che la difesa europea non può essere un riflesso dei rapporti, altalenanti, con gli Stati Uniti. Una capacità di difesa è indispensabile: non da oggi ma da un lunghissimo ieri. Perché è ormai chiaro, e da vari decenni, che una dipendenza esclusiva dalla protezione americana non risponde più alla realtà delle cose: né per gli americani né per noi europei. Questo non significa la fine della Nato; significa che la Nato del futuro dovrà essere più bilanciata e che gli europei dovranno avere le capacità per agire nel proprio vicinato quando lo riterranno nei propri interessi. L’assenza dell’Europa di fronte alla crisi siriana è un indicatore del problema; così come l’evoluzione della Libia, dove abbiamo lasciato tutto lo spazio possibile a Turchia e Russia, le due potenze esterne con una presenza militare sul terreno.
Ammettendo che le motivazioni diventino quelle giuste – la difesa dei nostri valori e interessi, non l’interesse generico a prendere le distanze, a giorni alterni, dall’America – contano i modi. E il modo che sta emergendo è come minimo approssimativo. Borrell ha parlato a caldo, appunto, di una forza di 5.000 uomini. Per fare cosa? In base a quale visione strategica? Ha risposto un esperto di questioni militari come il generale Vincenzo Camporini ricordando che nel 1999, dopo il Kosovo, il Consiglio europeo aveva esaminato un piano per dotare l’Europa di 60.000 unità, con le componenti aeree e navali necessarie. Da allora, tutto o quasi è rimasto sulla carta. Per capirci: la lezione dell’Afghanistan, per gli europei, è quanto poco abbiamo contato, per varie ragioni, nella conduzione e conclusione della più lunga missione della Nato. Dove pure abbiamo speso parecchi soldi e perso giovani soldati. Ma la protezione dell’aeroporto di Kabul non è certo il parametro su cui orientare le nostre future decisioni operative: credibilmente, missioni europee dovranno svolgersi nel Mediterraneo o nel Sahel. Ed è prima di tutto nel vicinato dell’Ue, non in Asia centrale, che si misurerà la credibilità della gestione europea delle crisi. Riusciremo ad avere un approccio comune, con le capacità per sostenerlo e un sistema decisionale che permetta di agire? Forse bisogna partire di qui, invece di combattere sempre l’ultima guerra.
La difesa europea non è uno slogan. Va finalmente presa sul serio. E non abbiamo più alibi. L’America China-first ha meno riserve di un tempo su un’Europa della difesa. La Gran Bretagna post-Brexit non è certo di ostacolo. L’ostacolo è dentro di noi: sono le divisioni in politica estera; è l’abitudine ormai patologica a delegare la nostra sicurezza; è la riluttanza a investire nello strumento militare pensando che basti la potenza civile. Non basta: se la dura lezione afghana deve servire, meglio smettere di parlare di “ora dell’Europa” e prendere atto che siamo in ritardo di vari decenni.