Le parole sono potenti. Ma il potere non può basarsi sulle parole. Deve essere lo strumento attraverso cui le parole si trasformano in realtà viva. Sulle donne, troppe parole. Poca azione. Certo importanti. Perché ci dicono che i tempi sono cambiati. Si riconosce ormai trasversalmente la necessità di fare un salto di qualità, verso l’uguaglianza di genere, obiettivo 5 dello sviluppo sostenibile. Che non si può fare a meno di considerarle. Ma le parole non bastano se non si trasformano in priorità politiche. Se non si accompagnano ad atti concreti e investimenti cospicui. Rimangono parole morte e non vibranti di forza generativa e di cambiamento.
Anche i numeri sono potenti. Sono lo specchio della realtà. E il potere dovrebbe farci i conti. Proprio sulle donne. Feroci nel denunciare la gravità della situazione. Meno della metà delle donne lavora. Penultimi in Europa. Ultimi per il tasso di occupazione delle do…
Le parole sono potenti. Ma il potere non può basarsi sulle parole. Deve essere lo strumento attraverso cui le parole si trasformano in realtà viva. Sulle donne, troppe parole. Poca azione. Certo importanti. Perché ci dicono che i tempi sono cambiati. Si riconosce ormai trasversalmente la necessità di fare un salto di qualità, verso l’uguaglianza di genere, obiettivo 5 dello sviluppo sostenibile. Che non si può fare a meno di considerarle. Ma le parole non bastano se non si trasformano in priorità politiche. Se non si accompagnano ad atti concreti e investimenti cospicui. Rimangono parole morte e non vibranti di forza generativa e di cambiamento.
Anche i numeri sono potenti. Sono lo specchio della realtà. E il potere dovrebbe farci i conti. Proprio sulle donne. Feroci nel denunciare la gravità della situazione. Meno della metà delle donne lavora. Penultimi in Europa. Ultimi per il tasso di occupazione delle donne da 25 a 34 anni. Fanalino di coda dei Paesi avanzati. E non è un problema di Covid. La pandemia ha solo peggiorato una situazione già grave. Dieci punti in meno di donne laureate tra 25 e 34 anni rispetto alle europee. Un Paese che non ha mai avuto un Presidente del Consiglio o della Repubblica donna. Solo 11 Presidenti di Regione in 51 anni, il 5%. Un Paese in cui solo il 15% dei sindaci è donna. Dove nonostante la grande maggioranza del personale sanitario sia donna, meno del 20% dei primari lo è. E questo 20% risuona troppo spesso anche per i professori ordinari, per i consiglieri regionali. Tutto ciò ha a che fare con una parola. Monopolio. Lo combattiamo in economia. Abbiamo anche un’authority. E come lo combattiamo sul fronte del potere? Facciamo abbastanza? Laddove siamo intervenuti i risultati si sono visti. In 10 anni con la legge Golfo-Mosca la presenza femminile è cresciuta dal 7% al 38% nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in borsa. Impariamo. E agiamo. E soprattutto non rimandiamo ad un domani che non arriva mai.
E ha anche a che fare con una seconda parola, resistenza culturale della politica.
Nonostante tante belle parole, da anni, siamo ridotti così. Con numeri feroci sulle donne. C’è chi gioisce per pochi giorni in più di congedi di paternità. Oppure perché è pur sempre qualcosa aumentare una percentuale di bimbi che vanno al nido di 7 punti nei prossimi 6 anni per arrivare all’obiettivo europeo per il 2010, cioè di 17 anni prima. Io no. Ma non perché sono massimalista. E non apprezzo gli sforzi. Ma perché penso che dobbiamo tutti guardarci nelle palle degli occhi e riflettere su una questione centrale. La politica dei piccoli passi è fallita per le donne. Serve una vera spallata. Bisogna cambiare strategia. Bisogna investire seriamente nelle politiche sociali, le prime che si tagliano, le ultime su cui si investe. Perché tanto ci sono le donne per la cura di tutti gratuitamente. Ma le donne hanno pagato un caro prezzo per questo. Bisogna cambiare radicalmente strada su servizi educativi per l’infanzia e assistenza di anziani e disabili. La cura della comunità deve diventare priorità dell’azione pubblica.
Il potere delle donne è la forza che sprigionano quando le donne credono in sé stesse e combattono per realizzarsi. Nello studio, nel lavoro, nella famiglia, nella vita. È la creatività e passione che mettono nelle cose che fanno, costi quel che costi. Individualmente. Collettivamente. È la forza non sfruttata del nostro Paese per rinascere. È la forza che permetterebbe al Paese di crescere in produzione e produttività. Cambiamo rotta. Decisamente. Ne discuteremo, ci confronteremo appassionatamente su questo al Festival della politica organizzato dalla Fondazione Pellicani a Venezia Mestre da oggi pomeriggio al 12 settembre.
Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat