Il veleno di Kabul
di Bernard Guetta , di Bernard GuettaÈ un veleno ad azione lenta, una solfa che si ripete, che vorrebbe persuaderci che, in fin dei conti, l'aspirazione alla libertà non sarebbe universale. Sempre più spesso sentiamo dire che molti popoli - anzi, la maggioranza, è indubbio - preferirebbero la sottomissione alla democrazia. E il trionfale ritorno dei talebani ne sarebbe la prova. Non si sente dire - quantomeno, non ancora - che sarebbe tutta questione di razza, di cultura o di indole naturale se russi, africani, musulmani, cinesi o afghani sono soddisfatti del dispotismo. In ogni caso, è inutile far finta di nulla. Tra il desiderio di libertà e la civiltà - la civiltà occidentale, ovvio - ci sarebbe una correlazione precisa.
Sarà bene prestare attenzione a due pericoli in agguato.
Il primo è quello di cadere nell'ignoranza più abissale, perché se ci fosse anche solo un briciolo di verità nella falsa verità di cui si…
È un veleno ad azione lenta, una solfa che si ripete, che vorrebbe persuaderci che, in fin dei conti, l'aspirazione alla libertà non sarebbe universale. Sempre più spesso sentiamo dire che molti popoli - anzi, la maggioranza, è indubbio - preferirebbero la sottomissione alla democrazia. E il trionfale ritorno dei talebani ne sarebbe la prova. Non si sente dire - quantomeno, non ancora - che sarebbe tutta questione di razza, di cultura o di indole naturale se russi, africani, musulmani, cinesi o afghani sono soddisfatti del dispotismo. In ogni caso, è inutile far finta di nulla. Tra il desiderio di libertà e la civiltà - la civiltà occidentale, ovvio - ci sarebbe una correlazione precisa.
Sarà bene prestare attenzione a due pericoli in agguato.
Il primo è quello di cadere nell'ignoranza più abissale, perché se ci fosse anche solo un briciolo di verità nella falsa verità di cui si parla, come comprendere l'esigenza di dispiegare così tanti carri armati per reprimere la rivolta in Piazza Tienanmen e soffocare le rivendicazioni di libere elezioni e multipartitismo? Come spiegare che nel 2011 è stata la democrazia, e non l'islamismo, ad aver risvegliato il mondo arabo? E che l'Iran non ha mai smesso, da un secolo a questa parte, dopo la sua Rivolta Costituzionale del 1905, di combattere contro i suoi tiranni? E che l'Africa ha respinto la dominazione colonialista? E che i russi hanno amato tanto la libertà intravista durante la perestroika? E che i birmani non sono contenti dei loro generali? E che Taiwan è una democrazia e funziona in modo esemplare?
La Storia del mondo ci dice, al contrario, che i popoli dei cinque continenti vogliono vivere liberi, per la semplice ragione che il sogno di ogni schiavo è spezzare le sue catene e affrancarsi. È una realtà evidente e inconfutabile. Oggi in parte ce ne dimentichiamo perché gli Stati Uniti prima di tutti e con loro un numero considerevole di europei ormai confondono l'universalità delle aspirazioni con la libertà e la possibilità di esportare la democrazia con gli aerei militari. È difficile capirlo oggi, ma dopo la caduta del Muro di Berlino gli americani credettero sul serio che la scomparsa delle dittature avrebbe garantito una pace eterna perché "le democrazie non fanno la guerra". È questo criterio ad averli motivati, ma si sono scontrati con il fatto che un esercito straniero è ritenuto immediatamente responsabile di tutto ciò che non va nel Paese che occupa e ci si aspetta anche che sappia prendere una posizione nei conflitti di cui non riesce più a gestire gli annessi e connessi.
Tutto ciò è accaduto sia in Iraq sia in Afghanistan. Il dovere di soccorrere non avrebbe mai dovuto essere teorizzato in diritto di ingerenza. L'ingerenza non avrebbe dovuto diventare protettorato. E, soprattutto, non si doveva combattere su due fronti. La seconda ragione del fallimento che gli Stati Uniti hanno vissuto in questi due Paesi dipende dagli errori che vi hanno commesso, alcuni inimmaginabili come smantellare l'apparato statale iracheno o dirottare verso Bagdad gli uomini e i mezzi necessari a Kabul.
Questo bilancio è a tal punto riprovevole per le democrazie che oggi si preferisce non dar tanto peso alla disperazione degli afghani alle prese con il ritorno dei talebani e permettere, perdipiù, che si vada dicendo che non erano "maturi" per la libertà. Questo cinismo è insopportabile. Non solo, è anche ripugnante e suicida, perché se rinunciassero sia al dovere di salvaguardare i valori democratici sia alla difesa della loro universalità, alla fine le democrazie occidentali arriverebbero a dare ragione a Putin, Xi o Erdogan e rafforzerebbero tutte le dittature.
Se permettessimo che i despoti trucidassero senza paura chi vogliono, se accettassimo la vecchia e ignobile menzogna delle "diverse concezioni di democrazia", perderemmo - proprio noi, noi democratici - la nostra forza più grande: l'esemplarità, l'attrattiva, la potenza delle libertà che le nostre lotte ci hanno fatto conquistare e diffondere.
Abbandonando i valori in cui crediamo, le democrazie saranno spazzate via, perché non resterebbe loro altro che una potenza di fuoco che i dittatori controbilancerebbero in breve tempo.
Traduzione di Anna Bissanti