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Feriti dalla vita eppur felici

Il film di Mainetti a Venezia
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L'impressione vedendo Freaks Out di Gabriele Mainetti è quella che si prova davanti a un film di eroi Marvel. Come certi personaggi Marvel, gli X-Men per esempio, anche gli eroi di Mainetti posseggono un dono che, per la loro vita privata, e se non privata, affettiva e relazionale, è una maledizione. Non sono d'altronde doni dei quali ci si possa facilmente vantare, non sono doni che creano ammirazione, ma che inducono diffidenza e talvolta incutono timore. Tutti sono stati rigettati, prima che dalla società, dalle rispettive famiglie. I quattro protagonisti di questa avventura ambientata in una Roma occupata dai nazisti che - oltre ai rastrellamenti visti altrove e letti per sempre in 16 Ottobre 1943 di Giacomo De Benedetti - hanno piantato un circo al Forte Tiburtina, sono una ragazza che accende le lampadine stringendole tra i denti, un nano magnetico, un uomo coperto di pelo e fortissimo e un albino che riesce a chiamare al proprio servizio legioni di …

L'impressione vedendo Freaks Out di Gabriele Mainetti è quella che si prova davanti a un film di eroi Marvel. Come certi personaggi Marvel, gli X-Men per esempio, anche gli eroi di Mainetti posseggono un dono che, per la loro vita privata, e se non privata, affettiva e relazionale, è una maledizione. Non sono d'altronde doni dei quali ci si possa facilmente vantare, non sono doni che creano ammirazione, ma che inducono diffidenza e talvolta incutono timore. Tutti sono stati rigettati, prima che dalla società, dalle rispettive famiglie. I quattro protagonisti di questa avventura ambientata in una Roma occupata dai nazisti che - oltre ai rastrellamenti visti altrove e letti per sempre in 16 Ottobre 1943 di Giacomo De Benedetti - hanno piantato un circo al Forte Tiburtina, sono una ragazza che accende le lampadine stringendole tra i denti, un nano magnetico, un uomo coperto di pelo e fortissimo e un albino che riesce a chiamare al proprio servizio legioni di insetti. Nel circo tedesco suona un talentuosissimo e malvagissimo pianista con sei dita per mano. Avrebbe voluto essere soldato nell'esercito del Reich, ma con quella malformazione non gli è rimasto che diventare il fenomeno da baraccone che tutti vedevano in lui già alla visita militare.


È difficile, pur possedendo una normalità statistica - non c'è altra definizione, matematica a parte dove normalità è sinonimo di perpendicolarità - uscire indenni dallo sguardo degli altri, figuriamoci come è difficile non esserne toccati, e turbati, quando si è strani. Fuori statistica.
Quando Israel, il mangiafuoco, il gestore, del circo MezzaPiotta, casa dei nostri eroi, decide che è tempo di lasciare Roma e tentare di rifarsi una vita in America, i quattro, l'uomo peloso prima di tutti e in un primo momento, si ribella, perché solo nel circo la loro vita è accettabile, reale, sopportabile, nel circo, dove si mette in scena lo straordinario, loro possono avere una vita normale. Ed essere liberi.

 

Nel film di Mario Martone, un giovanissimo Eduardo De Filippo fa, al fratello Peppino che si rifiuta di salire sul palcoscenico, la stessa rivelazione di messa in scena di libertà, Là, dice, là sopra siamo liberi. Ed è in fondo, la messa in scena, il tema pure del film di Paolo Sorrentino, È stata la mano di Dio, dove un ragazzo si "scoccia" della realtà, e decide che c'è un modo per eliminare, o tentare di eliminare quella noia e quel dolore, ed è il cinema.
Che sia un palcoscenico teatrale, un tendone da circo, una sala cinematografica, i tre film dicono - o forse hanno detto a me - che già in questa vita, con un po' di fortuna e senso dell'avventura, e dolori - ma chi vorrebbe togliere i dolori dalla vita come i canditi dal panettone? - si può, anche spaventandosi di tanto in tanto, essere liberi e a sprazzi felici per ciò che si è e con ciò che si ha.
Che non significa accontentarsi, ma costruire un racconto, e assumersene le responsabilità, le verità, le preferenze e le conseguenze.
Esiste uno spazio, di muri e persone, di giardini e animali, nel quale ciascuno, coi propri limiti, le proprie disabilità, i propri disagi, le proprie malattie vere o immaginarie (ma pur sempre dolorose come osserva Natalia Ginzburg) ha una possibilità di vita.

 

Succede anche in Ariaferma di Leonardo Di Costanzo dove tutto si svolge in un carcere nel quale guardie e ladri aspettano il documento che liberi i primi e trasferisca i secondi in altra sede e dove, come ne Il deserto dei Tartari e nella fortezza Bastiani, nulla accade, solo che qui è il Deserto "nei" Tartari perché tutto non accade che dentro.
Nessuno dei protagonisti è buono, nessuno dei protagonisti induce in chi guarda moti di pietas, con nessuno dei protagonisti di questi film starebbe serenamente chiuso in una stanza. Sporchi o rabbiosi, pelosi o erotomani, elettrici o magnetici, troppo infelici o troppo sognatori, con troppi figli, non sono tranquillizzanti. Non danno e non portano una idea di pace. Portano però, senza fierezza, una idea di vita. Non di Zoè, ma di Bios, non di nuda vita, ma di vita con annessi relazionali, emotivi, sessuali, economici. E chi guarda si sente finalmente, in un periodo - anche necessariamente di controllo - non la mera somma dei propri dati finanziari, medici e fisici, ma qualcosa d'altro. Qualcosa di diverso. E va bene così. Mica che va bene significa che è facile.