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L'elastico leghista che non si spezza

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La schizofrenia di Salvini sul Green Pass, il suo procedere sempre lungo la linea sottile dell'ambiguità nel timore di lasciare troppo spazio a Fratelli d'Italia, ha riacceso gli interrogativi circa le intenzioni del leader leghista. L'importanza data al certificato sanitario sembrerebbe preludere a un qualche colpo di scena a breve scadenza, perché non è granché logico che uno dei maggiori partiti trascorra mesi o addirittura un anno e mezzo (fino al termine della legislatura) inseguendo in via quasi esclusiva la minoranza degli italiani che non credono ai vaccini e quindi neanche al Green Pass. Che si tratti di un omaggio inconsapevole a Tocqueville (contro la "dittatura della maggioranza") o più semplicemente di un calcolo opportunistico, tale strategia lascia a desiderare e suscita parecchi dubbi anche all'interno del Carroccio. In effetti, salvo le critiche rivolte al ministro Lamorgese per la gestione dell'immigraz…

La schizofrenia di Salvini sul Green Pass, il suo procedere sempre lungo la linea sottile dell'ambiguità nel timore di lasciare troppo spazio a Fratelli d'Italia, ha riacceso gli interrogativi circa le intenzioni del leader leghista. L'importanza data al certificato sanitario sembrerebbe preludere a un qualche colpo di scena a breve scadenza, perché non è granché logico che uno dei maggiori partiti trascorra mesi o addirittura un anno e mezzo (fino al termine della legislatura) inseguendo in via quasi esclusiva la minoranza degli italiani che non credono ai vaccini e quindi neanche al Green Pass. Che si tratti di un omaggio inconsapevole a Tocqueville (contro la "dittatura della maggioranza") o più semplicemente di un calcolo opportunistico, tale strategia lascia a desiderare e suscita parecchi dubbi anche all'interno del Carroccio. In effetti, salvo le critiche rivolte al ministro Lamorgese per la gestione dell'immigrazione e dell'ordine pubblico, tutto il fuoco mediatico di Salvini è concentrato sulla politica sanitaria. Da un lato la Lega ritira i suoi emendamenti e bada a non contrapporsi in modo frontale a Draghi; dall'altro vota con l'opposizione di destra - quando è sicura che sia un voto a perdere - tanto per accendere un bengala nella notte.


La sostanza è che Salvini resta sempre nel recinto della coalizione, sia pure tirando l'elastico finché gli è possibile. È un po' un gioco delle parti, certo spregiudicato. Il presidente del Consiglio lascia fare perché questo teatro non disturba il percorso del governo. Infatti sulla doppia questione Green Pass e obbligo del vaccino (per ora solo di fatto e con ogni probabilità destinato a restare tale), si procede con una miscela di severità e moderazione: senza lasciarsi contagiare dalle scaramucce tra partiti in perenne campagna elettorale. Tuttavia la linea di Salvini ha dato esca a quegli ambienti del centrosinistra - e non solo - che vedono una Lega pronta allo strappo per tornare alle urne alla prima occasione. Ma è così?


In realtà un altro Papeete non è all'orizzonte e soprattutto è poco plausibile. Una delle caratteristiche dell'avvento di Draghi a Palazzo Chigi consiste proprio nell'aver reso pressoché impraticabili, allo stato delle cose, le tipiche crisi del passato. L'ultima è stata la caduta del Conte-2 a opera di Renzi. Ma oggi lo scenario è cambiato. Che si tratti di Salvini o di Conte con il suo gruppo di pressione o di altri, chi volesse far inciampare il presidente del Consiglio si assumerebbe una responsabilità troppo grande sul piano interno e internazionale. Le prospettive della ripresa, nonché il piano economico europeo da attuare, alterano in modo evidente la tradizionale dialettica politica. Peraltro i vari capi-partito non sono mai stati così deboli come in questa stagione. Infatti chi vuole liberarsi di Draghi, diciamo così, vorrebbe promuoverlo mandandolo al Quirinale. Ma è un'operazione alquanto ingenua, forse troppo anche per i bassi standard della politica attuale.


Sul tema Salvini finora si è mostrato prudente, favorito dall'esigenza di sostenere in prima battuta l'auto candidatura di Silvio Berlusconi. Poi si vedrà. È chiaro che al leader leghista, come pure a Giorgia Meloni, piace poco l'ipotesi di un bis di Mattarella: equivarrebbe a loro avviso a un'ingessatura istituzionale. Ma gennaio è lontano e molti fatti devono ancora accadere. A cominciare dalle elezioni municipali.