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L'età dell'insicurezza

(afp)
Dall'11 settembre alla pandemia
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Il paradosso della Lega che sul Green Pass riesce a essere tanto di governo quanto di opposizione è una mossa astuta, che cerca di intercettare e tenere insieme opinioni e sensibilità opposte, ed è anche tatticamente motivata, in quanto suggella l'alleanza elettorale con FdI; ma è soprattutto la manifestazione inconsapevole di un altro paradosso, strutturale. Questo consiste nel fatto che le questioni nate dal Covid a proposito del vaccino, del Green Pass, del rapporto fra vita e libertà, fra individuo e comunità, fra obbligo legale e obbligo morale, sono altamente divisive ma affondano le loro radici in un contesto condiviso: l'insicurezza. Le parti che si contrappongono duramente - con reciproca criminalizzazione e demonizzazione, e con violenze non solo verbali - sono infatti contigue nel condividere una condizione comune, cioè un'acuta percezione di vulnerabilità: del corpo singolo, per coloro che non vogliono ess…

Il paradosso della Lega che sul Green Pass riesce a essere tanto di governo quanto di opposizione è una mossa astuta, che cerca di intercettare e tenere insieme opinioni e sensibilità opposte, ed è anche tatticamente motivata, in quanto suggella l'alleanza elettorale con FdI; ma è soprattutto la manifestazione inconsapevole di un altro paradosso, strutturale. Questo consiste nel fatto che le questioni nate dal Covid a proposito del vaccino, del Green Pass, del rapporto fra vita e libertà, fra individuo e comunità, fra obbligo legale e obbligo morale, sono altamente divisive ma affondano le loro radici in un contesto condiviso: l'insicurezza. Le parti che si contrappongono duramente - con reciproca criminalizzazione e demonizzazione, e con violenze non solo verbali - sono infatti contigue nel condividere una condizione comune, cioè un'acuta percezione di vulnerabilità: del corpo singolo, per coloro che non vogliono essere "contaminati" dal vaccino, e del corpo della collettività, per quelli che ripongono la propria salvezza individuale nella salvezza comune. È questa reciproca percezione, questa speculare paura esistenziale, a far sì che gli uni vedano gli altri come portatori di un pericolo mortale, come nemici da combattere, da delegittimare, da eliminare. Le posizioni più sfumate e moderate, che cercano e forniscono risposte su basi oggettive, sono purtroppo minoritarie.


La società condivide la divisione e l'insicurezza, insomma. Esiste una continuità fra questa insicurezza generalizzata e altre che l'hanno preceduta, e che sono la cifra del nuovo millennio. A partire dall'insicurezza indotta dal terrorismo, compendiata nell'immagine delle Twin Towers fiammeggianti che crollano su sé stesse; l'orgoglio dell'Occidente così mortificato, la sua invulnerabilità così sfidata, non sono stati sufficientemente riparati e garantiti dalle due guerre, quella afghana e quella irachena, che dall'11 settembre sono scaturite. Non solo il terrorismo ha colpito ancora, ma, benché indebolito, ancora obbliga l'Occidente a una costante estenuante difesa, a defatiganti controlli, occulti e palesi; ancora è un fantasma che agita tanto il nostro immaginario quanto la nostra esperienza concreta. Le immagini di Kabul, nel Ferragosto di quest'anno, riportano alla mente tanto Saigon nell'aprile del 1975 quanto Manhattan nel settembre di vent'anni fa.


La percezione dell'insicurezza si è poi aggravata in conseguenza della crisi economica del 2007-2013, la Grande Recessione in cui molte delle promesse della globalizzazione e molte delle illusioni del neoliberismo sono naufragate; e in cui molti Paesi, e molti strati sociali, hanno provato le asprezze dell'austerità, e la durezza del lavoro che svanisce, che si indebolisce e si impoverisce, o che viene sostituito dalla tecnica.
Per finire, la pandemia; fonte di un'insicurezza globale che viene sperimentata e gestita in modi diversi nei diversi contesti, e che - al di là delle parole di circostanza - corrode sia la solidarietà internazionale sia la coesione interna dei singoli Stati; che colpisce diversamente ricchi e poveri, che contrappone aspramente i cittadini tra loro, pur accomunandoli nella minaccia. Che ha allungato il tunnel nel quale le nostre società da tempo si sentono immerse.


Insicurezze diverse tra loro - nate da cause disparate, da agenti non omogenei (jihadisti, mutui sub prime, virus) - , ma convergenti a costituire quella che gli storici futuri chiameranno probabilmente "età dell'insicurezza". Rispetto alla quale la "società del rischio" era dopo tutto rassicurante. Sono queste insicurezze, sedimentate una dopo l'altra nelle nostre società e nelle nostre psicologie, ad avere corroso la fiducia dell'Occidente in sé stesso - non a caso, l'immagine della Cina, come nuovo pretendente all'egemonia mondiale, non è mai stata tanto minacciosa (forse esageratamente) - ; e ad avere generato, tra l'altro, anche la sfiducia dei cittadini verso la politica istituzionale, che non li garantisce a sufficienza dall'insicurezza; ad avere indebolito le democrazie, facendo la fortuna di populismi e sovranismi. Forse anche questi effimeri, perché l'insicurezza brucia rapidamente i propri prodotti.


Naturalmente, anche l'età dell'insicurezza è storia umana, e non è un destino; e quindi se ne possono attenuare gli spasmi più dolorosi, e si può operare per una nuova stabilità. Certo, se il paradossale fondamento dell'esistenza comune è diventata la paura, il primo compito di forze politiche responsabili non sarà di alimentare l'insicurezza - è pericoloso credere di poter governare rilanciando le crisi - . Ciò di cui c'è bisogno è semmai la capacità di elaborare piani per un ordine finalmente meno instabile. Alla normalità non si torna: ma se ne può progettare una nuova. È questa la politica.