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La politica un pochino stanca

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Le fatiche di Giuseppe Conte
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"Sono un po' stanchino, adesso" dice Forrest Gump ai fan che lo stanno seguendo nelle polverose strade degli States, dopo aver corso per due anni, tre mesi, sedici giorni e quattordici ore. Giuseppe Conte si è stancato prima. "È una faticaccia enorme, non credo che la potrò reggere fisicamente a lungo", ha detto ieri ai suoi.
Dunque sono bastati 35 giorni dalla sua elezione alla guida del Movimento 5 Stelle per convincerlo che "lavorare così per il bene comune è un impegno stressantissimo". Sono stati sufficienti 25 comizi per spingerlo a dichiarare pubblicamente che non vede davanti a sé "un orizzonte poi così lungo, ve lo dico francamente".


Lo capiamo, povero Conte. Catapultato a Palazzo Chigi dalla sera alla mattina, senza essere mai stato neanche consigliere comunale dei 386 abitanti di Volturara Appula, "l'avvocato del popolo" era riuscito nella straordinaria impresa di gu…

"Sono un po' stanchino, adesso" dice Forrest Gump ai fan che lo stanno seguendo nelle polverose strade degli States, dopo aver corso per due anni, tre mesi, sedici giorni e quattordici ore. Giuseppe Conte si è stancato prima. "È una faticaccia enorme, non credo che la potrò reggere fisicamente a lungo", ha detto ieri ai suoi.
Dunque sono bastati 35 giorni dalla sua elezione alla guida del Movimento 5 Stelle per convincerlo che "lavorare così per il bene comune è un impegno stressantissimo". Sono stati sufficienti 25 comizi per spingerlo a dichiarare pubblicamente che non vede davanti a sé "un orizzonte poi così lungo, ve lo dico francamente".


Lo capiamo, povero Conte. Catapultato a Palazzo Chigi dalla sera alla mattina, senza essere mai stato neanche consigliere comunale dei 386 abitanti di Volturara Appula, "l'avvocato del popolo" era riuscito nella straordinaria impresa di guidare il governo per due anni e nove mesi - più a lungo di De Mita e Spadolini messi insieme, per dire - senza neanche sgualcire la sua pochette a quattro punte. Mai un segno di stanchezza, neanche quando appariva in tv alle due di notte per annunciarci un Dpcm sul lockdown. Sempre fresco, sempre azzimato, nemmeno un capello fuori posto.
Forse, chissà, credeva che guidare un partito non fosse un'impresa poi così difficile, per chi era stato capace di formare due governi, uno con la destra e un altro con la sinistra. E magari si era convinto, leggendo i sondaggi che gli portava il fidato Casalino e gli editoriali che gli dedicava l'innamorato Travaglio, di avere dentro di sé - senza saperlo - le qualità del leader, del capopopolo, del condottiero.


Così si è lanciato nell'impresa con la stessa spavalda fiducia che nel 1996 spinse Lamberto Dini a fondare Rinnovamento Italiano, e poi Mario Monti a dar vita a Scelta Civica, due partiti durati lo spazio di un mattino. Con la differenza che Conte il partito l'ha trovato già fatto. Ha solo dovuto riscrivere lo statuto, con la sapienza dell'avvocato civilista, per neutralizzare Beppe Grillo: una fatica durata quattro mesi, con un braccio di ferro finale col padre-padrone del Movimento che avrebbe dovuto fargli capire che non lo attendeva una strada in discesa.
Alla fine comunque ce l'ha fatta, ed è stato eletto presidente dei Cinque stelle con il 93 per cento dei voti. Un trionfo. Solo dopo ha scoperto che l'incarico richiede "una faticaccia enorme". Devi trovare le parole per spiegare che vuoi bene a Enrico Letta ma non siete fidanzati ufficialmente ("Non credo che sia utile tuffarci in un'alleanza strutturale"). Devi spiegare perché a Napoli ti sei coalizzato col Pd mentre a Roma, Torino e Milano siete rivali. Devi nominare i dirigenti del Movimento senza scontentare né questo né quello. Devi sostenere il governo Draghi anche se vorresti tagliargli le gomme stasera stessa. Devi andare a cercarti i voti città per città. E devi pure ricordarti che la candidata che sei venuto ad appoggiare a Milano si chiama Layla Pavone e non Layla Romano.


Davvero "un impegno stressantissimo", onestamente. A Montecitorio gli avevano raccontato il celebre aforisma sulla dura del parlamentare che coniò Guido Gonella, dopo essere stato deputato, senatore, ministro, eurodeputato e segretario della Dc: "Ozio senza riposo, fatica senza lavoro". Ma devono avergli nascosto l'altrettanto celebre definizione che trent'anni fa Rino Formica consegnò a Mino Fuccillo di Repubblica: "La politica è sangue e merda".
Magari esagerava, ma ieri Conte deve aver pensato che era meglio saperlo prima.