"C'è un tempo per guarire", dice Qoelet. Un verso biblico suggestivo. Lo ha citato anche Joe Biden dopo l'elezione; con un certo ottimismo e una piccola sgrammaticatura. Perché quel verso non dice che c'è un tempo per ammalarsi e un tempo per curare. Dice che "c'è un tempo per uccidere e un tempo per curare". Ed di questa malattia dell'uccisione - della pandemia della guerra, come la chiama il cardinale Zuppi - le fedi religiose sono da sempre protagoniste. O perché svogliate di disarmare i cuori o perché pronte ad eccitarli o perché sorde al grido delle vittime.
Il "dialogo interreligioso" è una delle cure di questa pandemia? Forse. Ma solo se non si accontenta di formule apotropaiche che sconfessando la violenza non indagano su come e dove viene concepita.
Il "dialogo interreligioso" infatti è tante cose insieme. È un mercato di sigle in cerca di visibili…
"C'è un tempo per guarire", dice Qoelet. Un verso biblico suggestivo. Lo ha citato anche Joe Biden dopo l'elezione; con un certo ottimismo e una piccola sgrammaticatura. Perché quel verso non dice che c'è un tempo per ammalarsi e un tempo per curare. Dice che "c'è un tempo per uccidere e un tempo per curare". Ed di questa malattia dell'uccisione - della pandemia della guerra, come la chiama il cardinale Zuppi - le fedi religiose sono da sempre protagoniste. O perché svogliate di disarmare i cuori o perché pronte ad eccitarli o perché sorde al grido delle vittime.
Il "dialogo interreligioso" è una delle cure di questa pandemia? Forse. Ma solo se non si accontenta di formule apotropaiche che sconfessando la violenza non indagano su come e dove viene concepita.
Il "dialogo interreligioso" infatti è tante cose insieme. È un mercato di sigle in cerca di visibilità. È la fiera di vanità in concorrenze interne alle religioni. È la passerella sconfessioni furbesche della violenza soprattutto altrui. È il retropalco di una politica che spera di toccare le masse parlando ai "capi religiosi" (chissà la faccia di Dio al giudizio universale gli presenteranno i religious leaders...).
Ma può anche essere altro e il G20 Interfaith forum di Bologna proverà a discuterne da stasera a martedì, quando Mario Draghi andrà a chiuderlo con un discorso molto atteso.
Il dialogo può infatti essere il luogo in cui ci assume la responsabilità del sangue versato e si risponde con i diversi strumenti dati rispettivamente alle autorità credenti, ai leader politici e a chi di studio.
Per i primi lo strumento è la preghiera. L'inizio della Bibbia ci racconta che il primo delitto avviene dentro la fraternità e davanti all'altare, a ricordarci che siamo fratelli tutti di Abele e tutti fratelli di Caino. Il sangue, anzi "i sangui" (dice l'ebraico) di tutti gli Abeli della storia salgono a Dio domandando di essere ricordati dai fratelli degli uccisi, dai fratelli degli assassini. Per questo il G20 si aprirà con la prima memoria comune degli oranti uccisi nei luoghi di culto. Una lista che solo negli ultimi quarant'anni - dall'assassinio di Stefano Gaj Taché, due anni, davanti alla Sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982 fino ad oggi - conta quasi tremila delitti e migliaia di vittime. Morti che non sono più vittime di chi è morto altrove; ma i cui "sangui" domandano di essere ricordati insieme. All'inizio del G20 dunque il ricordo di 8 di quei delitti e l'ascolto ciascuno la preghiera e del pianto dell'altro come fosse proprio.
Ai leader politici sono dati altri strumenti, che sono quelli della scelta: scelta di come passare dal tempo dell'uccidere al tempo del guarire. Il G20 a presidenza italiana ha scelto tre "P" degli obiettivi globali dell'Onu: people planet prosperity; quello che chi prega, chi soffre, chi studia chiede è che si ricordi la quarta P di pace: pace dei conflitti aperti e pace rispetto al conflitto atomico che rischiamo tutti di negligere come abbiamo fatto con le epidemie. Il che significa che alla politica serve un impegno nuovo per questioni che richiedono non una agenda, ma la produzione di un di più di pensiero critico e di sapienza esemplata.
Agli studiosi tocca ricordare che quelle che entrano in dialogo non sono le "essenze" delle religioni, ma le culture che le veicolano. Questo scarto consente di sperare che i patrimoni di compassione che ciascuna tradizione porta con sé, possano prendere o riprendere vita anche dove hanno prevalso le ermeneutiche dell'odio, della discriminazione, della falsificazione religiosa.
Aperto dal discorso del presidente del Parlamento europeo Sassoli e dal presidente Pahor nel semestre di presidenza slovena dell'Eu, illuminato lunedì dalla presenza del Patriarca Ecumenico Bartholomeos, e chiuso martedì dal presidente del G20 Mario Draghi, IF20 (questa la sua sigla) non consegnerà "valori comuni" a cui poi ciascuno dà un peso diverso ma tre impegni - "noi non ci uccideremo, noi ci soccorreremo, noi ci perdoneremo" - che ciascuno può radicare nella propria fede o non fede e ritrovare nella sua storia. Assumendosi una responsabilità esigente che chiama i penitenti a più penitenza, i sapienti a più sapienza, i politici ad un di più di politica e lungimiranza.