Gli occhiali di Eitan
di Michela Marzano , di Michela MarzanoIl 23 maggio aveva perso i genitori e il fratellino. Unico sopravvissuto alla tragedia della funivia del Mottarone, il piccolo Eitan si era miracolosamente salvato. E dopo essere rimasto in ospedale una ventina di giorni, era stato affidato alle cure della zia paterna, Aya. Il bimbo non ricordava nulla della cabina che precipitava nel vuoto. Quando si era svegliato dal coma, la prima cosa che aveva chiesto era dove fosse la mamma. Poi, pian piano, aveva appreso con gli psicologi ciò che era successo, iniziando un lungo percorso di psicoterapia. Nessuno, d'altronde, ce la fa da solo quando vive un trauma così grande. Nessuno può trovare da solo le parole per descrivere il nero dell'abisso in cui si precipita quando all'improvviso si perdono i genitori o i fratelli, e poi quella colpa, terribile, che nonostante tutto ci si porta dentro quando si è gli unici superstiti: perché io ce l'ho fatta e gli altri invece no? Perché non son…
Il 23 maggio aveva perso i genitori e il fratellino. Unico sopravvissuto alla tragedia della funivia del Mottarone, il piccolo Eitan si era miracolosamente salvato. E dopo essere rimasto in ospedale una ventina di giorni, era stato affidato alle cure della zia paterna, Aya. Il bimbo non ricordava nulla della cabina che precipitava nel vuoto. Quando si era svegliato dal coma, la prima cosa che aveva chiesto era dove fosse la mamma. Poi, pian piano, aveva appreso con gli psicologi ciò che era successo, iniziando un lungo percorso di psicoterapia. Nessuno, d'altronde, ce la fa da solo quando vive un trauma così grande. Nessuno può trovare da solo le parole per descrivere il nero dell'abisso in cui si precipita quando all'improvviso si perdono i genitori o i fratelli, e poi quella colpa, terribile, che nonostante tutto ci si porta dentro quando si è gli unici superstiti: perché io ce l'ho fatta e gli altri invece no? Perché non sono morto anch'io? Non ce la fa un adulto a raccapezzarsi e a ritrovare il bandolo della matassa, figuriamoci un bimbo di sei anni come Eitan! E, allora, com'è possibile che suo nonno, il padre di sua madre, abbia potuto pensare di rapirlo e di portalo in Israele separandolo da colei che, ormai, si occupava di lui? Cosa può mai essere passato per la testa di quest'uomo?
Eitan non stava ancora bene. Fisicamente sì, stava recuperando. Ma psichicamente era ancora molto fragile, perso all'interno di un labirinto di domande senza risposte. Ci vuole d'altronde tantissimo tempo per elaborare il lutto di una persona cara. Per attraversare la rabbia e il dolore. Per fare la pace con una vita ingiusta. Per mettere a tacere la colpa e la vergogna. Per ritrovare la voglia di sorridere e giocare. Per vivere senza la costante paura di perdere di nuovo tutto. Lo dice perfettamente sua zia quando parla con i giornalisti dopo aver scoperto il rapimento: Eitan aveva bisogno che lei gli lasciasse i suoi occhiali quando andava in bagno per sentirsi rassicurato, e non pensare che, anche lei, l'avrebbe abbandonato.
È quest'estrema vulnerabilità di Eitan che rende il gesto di suo nonno odioso e insopportabile, ancor più del fatto che l'uomo sia stato condannato in Israele per aver maltrattato l'ex-moglie. E poco importano le eventuali giustificazioni che Shmuel Peleg potrà fornire. Poco importa il fatto che quest'uomo immagini di aver agito in nome del bene del bimbo. L'unica cosa certa è che Eitan ha di nuovo perso la propria famiglia. E che suo nonno gli sta facendo rivivere il trauma dell'abbandono. E che quando un trauma si ripete, diventa cumulativo. E quando un trauma è cumulativo, è poi difficile integrarlo nel proprio sistema psichico: c'è sempre il rischio che la propria coesione mentale si sbricioli definitivamente.
Gli adulti dovrebbero proteggere i più piccoli, mettendo tra parentesi le proprie esigenze e i propri progetti. Gli adulti dovrebbero capire che un bimbo che ha perso i genitori e il fratellino ha bisogno di tutto, tranne che di perdere ancora una volta la persona che si occupa di lui. Gli adulti dovrebbero smetterla di trattare figli e nipoti come giocattoli, oggetti che si possono prendere e spostare come pacchi, depositandoli dov'è più comodo o pratico. Ma questo, lo fa chi ama, chi ama veramente. Come quella donna nella storia delle due madri e del figlio conteso che, quando il re Salomone chiese una spada per dividere in due parti il bimbo, gridò al re: "Date a lei il bambino vivo, ma non uccidetelo!" Accettando la perdita, fu lei che mostrò, a differenza dell'altra, di essere la vera madre.