L'Occidente collabori con Cina e Russia
di Giampiero Massolo , di Giampiero MassoloDifficile che le crisi internazionali evitino di diventare un gioco a somma zero. L’Afghanistan non fa eccezione. Non mancherebbero i motivi per la comunità internazionale di mostrarsi compatta, tra minaccia jihadista e flussi di profughi. Unire gli sforzi è forse l’unica possibilità per limitare i danni. Eppure, la difficoltà della presidenza italiana a convocare un G20 straordinario dimostra che le agende divergono e che si esita a scoprire le carte.
Al di là delle potenze regionali - troppo settoriali e ambigue, come il Pakistan, per non far parte esse stesse del problema - le possibili soluzioni sono in mano ai grandi: la Cina, la Russia, l’Occidente per quanto ammaccato. Il nodo è trovare una modalità per lavorare insieme.
Cina e Russia hanno molto in comune. Condividono i timori per le conseguenze dell’instabilità afghana, l’ambizione di sfruttare i vuoti di potere per proiettare egemonia, in…
Difficile che le crisi internazionali evitino di diventare un gioco a somma zero. L’Afghanistan non fa eccezione. Non mancherebbero i motivi per la comunità internazionale di mostrarsi compatta, tra minaccia jihadista e flussi di profughi. Unire gli sforzi è forse l’unica possibilità per limitare i danni. Eppure, la difficoltà della presidenza italiana a convocare un G20 straordinario dimostra che le agende divergono e che si esita a scoprire le carte.
Al di là delle potenze regionali - troppo settoriali e ambigue, come il Pakistan, per non far parte esse stesse del problema - le possibili soluzioni sono in mano ai grandi: la Cina, la Russia, l’Occidente per quanto ammaccato. Il nodo è trovare una modalità per lavorare insieme.
Cina e Russia hanno molto in comune. Condividono i timori per le conseguenze dell’instabilità afghana, l’ambizione di sfruttare i vuoti di potere per proiettare egemonia, interessi economici, l’ambizione di mostrare la debolezza e l’inaffidabilità di un’America che abbandona i propri alleati. Entrambe soffrono della mancanza di interlocutori davvero in grado di mantenere gli impegni nel governo dei talebani: divisi tra molte fazioni, in mano alla pericolosissima rete Haqqani per la sicurezza, poco in controllo fuori Kabul, non immuni da connivenze con i jihadisti sul terreno.
Paradossalmente, è Pechino ad essere un po’ meno in difficoltà. Avrebbe preferito lo status quo: gli Stati Uniti impelagati e i talebani al palo. Ora, le incognite non mancano, ma ha il vantaggio di avere obiettivi chiari, mezzi finanziari per perseguirli, leve per influire sugli avventurismi pakistani. Tenterà di sterilizzare la solidarietà islamica dei talebani per gli Uiguri del Xinjiang con aiuti umanitari e di bilancio, di sfruttare a fini egemonici i suoi progetti infrastrutturali di più ampia prospettiva, di mettere in sicurezza con l’aiuto talebano il corridoio di Wakhan, collegamento nevralgico con il suo territorio. Potrebbe pensare di farlo anche senza troppa collaborazione internazionale: non fosse che l’Afghanistan è noto - anche ai cinesi - per essere la tomba degli imperi.
Mosca, dal canto suo, sembra trovarsi in una situazione più complessa. Avrebbe a portata di mano un ritorno all’egemonia nelle repubbliche dell’Asia centrale, che guardano di nuovo verso la Russia dopo il retrenchment americano. Rischia, per sovraesposizione delle sue forze e per scarsità di risorse, di dover subire l’esodo di profughi afghani in quei paesi e di non riuscire ad arginare, ove i santuari terroristici si consolidassero, il jihadismo ai propri confini. Come ormai da tempo, cerca di sfruttare gli spazi nelle crisi, ma da sola non è più in grado di fare la differenza.
Resta l’Occidente. Obbligato a giocare di rimessa dopo il drammatico e fallimentare ritiro dal Paese, conserva l’interesse ad evitare che la gestione dei seguiti del dossier afghano passi del tutto sopra la sua testa, trovandosi poi a subirne le conseguenze. Ha a disposizione due strumenti importanti: la dipendenza dei talebani dalle riserve congelate a Washington e l’insostituibilità della potenza area americana per ogni seria azione anti jihadista. Entrambi sono nel nostro interesse, servono ai talebani, non sono facilmente fungibili neppure per Cina e Russia. Non è il momento di dividersi tra le due sponde dell’Atlantico: i conti si faranno dopo, ora conviene operare insieme.
Insomma, una Cina alle prese con un boccone forse troppo grosso, una Russia che mostra i suoi limiti, un Occidente che riprenderebbe slancio da una nuova sfida comune. Ecco i termini che potrebbero spostare il risultato dell’equazione dalla somma zero ad un risultato utile e cooperativo. Con l’attenzione americana rivolta altrove, spetterebbe all’Europa prendere l’iniziativa. Intanto, sostenendo con convinzione gli sforzi del presidente Draghi nell’ambito del G20 e poi promuovendo, sulla base delle cointeressenze emerse in quella sede, un gruppo più ristretto magari guidato dall’Onu di Paesi protagonisti della crisi.
Sarebbe un esempio concreto di “autonomia strategica” europea, utile a consolidare gli interessi occidentali.