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Il Nord divide le due Leghe

(ansa)

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Le difficoltà di Salvini
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Nella apparente sospensione della politica provocata dal governo Draghi, sotto traccia in realtà proseguono o si sviluppano ex novo processi destinati prima o poi a vedere la luce. Se a sinistra è evidente lo sforzo di Letta per un posizionamento più centrale (o meno ancillare) rispetto al M5S, è a destra che la partita si fa ancora più interessante. Matteo Salvini appare infatti sempre più in difficoltà, ma non per gli attacchi degli avversari. Sono i principali dirigenti del suo partito a metterlo in discussione, a contraddirlo. Gli stessi che erano costretti ad obbedir tacendo ai tempi in cui il re Mida con la felpa aveva sfiorato l’oro del 35 per cento alle Europee. Sic transit. 

Ormai non passa giorno senza che le due Leghe vengano allo scoperto. Da una parte il leader, isolato, dall’altra personaggi che amministrano territori di milioni di persone, la parte più ricca e produttiva del Paese. C’è…

Nella apparente sospensione della politica provocata dal governo Draghi, sotto traccia in realtà proseguono o si sviluppano ex novo processi destinati prima o poi a vedere la luce. Se a sinistra è evidente lo sforzo di Letta per un posizionamento più centrale (o meno ancillare) rispetto al M5S, è a destra che la partita si fa ancora più interessante. Matteo Salvini appare infatti sempre più in difficoltà, ma non per gli attacchi degli avversari. Sono i principali dirigenti del suo partito a metterlo in discussione, a contraddirlo. Gli stessi che erano costretti ad obbedir tacendo ai tempi in cui il re Mida con la felpa aveva sfiorato l’oro del 35 per cento alle Europee. Sic transit. 

Ormai non passa giorno senza che le due Leghe vengano allo scoperto. Da una parte il leader, isolato, dall’altra personaggi che amministrano territori di milioni di persone, la parte più ricca e produttiva del Paese. C’è una scena che testimonia quanto sta accadendo, ovvero quanto sia maturo questo divorzio tra il segretario e il suo elettorato storico di riferimento, la constituency del Nord. A Cernobbio, nelle terrazze di villa d’Este che hanno ospitato pochi giorni fa il Forum Ambrosetti, hanno fatto la loro apparizione sia Giancarlo Giorgetti — il padre spirituale dell’ala pragmatica — che lo stesso Salvini. Ma mentre il ministro dello Sviluppo si muoveva a suo agio come la sposa il giorno del matrimonio, conteso a ogni tavolo, con la fila di imprenditori che si alzavano per salutarlo e stringergli la mano, il leader del partito sembrava fuori posto come un cane in chiesa. Seduto solo soletto a cena accanto al sovranista Wilders, il simpatico olandese dalla frezza bianca, quello che vorrebbe fare un bel falò del Next generation Ue, dell’euro e di tutte le istituzioni comuni.

C’è dunque da chiedersi perché, come è stato possibile che il segretario del fu partito del Nord sia ora guardato con una certa freddezza nella sua Padania e i vari Zaia, Fedriga e Fontana abbiano trovato il coraggio di venire allo scoperto. Il fatto è che Salvini ha drammaticamente sottovalutato la potenza del più grande agente politico degli ultimi decenni: il virus del Covid. E si è fatto trovare ogni volta nel posto sbagliato. Senza capire che un partito di destra come la Lega avrebbe anzitutto dovuto dare risposte credibili su due questioni: la sicurezza e il business. Non la sicurezza immaginaria rispetto a presunte invasioni islamiche. La sicurezza concreta rispetto ai pericoli reali. E quale pericolo più grande del Covid abbiamo fronteggiato in questi anni? Prima No Mask, poi No Lockdown, infine timido, balbettante e neghittoso sia sui vaccini che sul Green Pass, Salvini si è trasformato così nel campione dell’insicurezza. Ma senza sicurezza non solo si rischia la vita, si mette in pericolo anche il business. Un fattore chiave.

Massimiliano Fedriga, uno che incarna alla perfezione questa seconda Lega e che appare in rapida ascesa, l’ha detto ieri con parole nette: «Nuovi lockdown sarebbero insostenibili per il Paese. Il Green Pass è uno strumento per tenere aperto». Non ci vuole molto a capirlo. E i milioni di piccoli imprenditori e partite Iva che in passato hanno fatto schizzare la Lega di Salvini oltre il 30% l’hanno capito benissimo (tanto è vero che Lombardia e Veneto sono in testa per numero di vaccinati e Green Pass scaricati). Chi ha un’azienda sa che il certificato verde è l’unico modo per riportare gli impiegati in ufficio o per tenere aperte le fabbriche anche se in autunno dovessero risalire i contagi.

L’errore strategico compiuto da Salvini, incantato come una falena dalla luce di Giorgia Meloni, è stato quello di lasciare la bandiera della sicurezza vera, quella contro il contagio, ai suoi avversari. Facendosi schiacciare nell’angolino della retorica antisistema per inseguire FdI, si sta allontanando sempre più da quello che Arthur Schlesinger jr chiamava “the vital centre”, il centro vitale della politica.

Finora la seconda Lega, quella pragmatica, ha evitato accuratamente di mettere in discussione la leadership. Le voci che invocano un congresso dopo le elezioni restano isolate. Dopotutto un capo ancora carismatico, capace di portare il partito dal 4 al quasi 35 per cento, non si defenestra facilmente. Ma è pur vero che nessuno è insostituibile. Potrebbe accadere che le prossime amministrative — dove le liste della Lega non sembra che brilleranno, anzi — si trasformino in un punto di svolta. Accadde improvvisamente a Renzi con il referendum del 2016 e, dopo quella sconfitta, il leader perse il tocco magico con gli elettori. Una lezione che Salvini farebbe bene a mandare a memoria.