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Eitan, Paciolla e Zaky: tre storie che non meritano il silenzio

Lo striscione per Mario Paciolla, operatore Onu ucciso in Colombia, esposto sui balconi del Municipio di Napoli 

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Il destino del piccolo Eitan, il mistero della morte del dimenticato Mario Paciolla, l'infinita violenza giudiziaria e carceraria sul corpo e la psiche di Patrick Zaky. Nello spazio di quarantotto ore, tre storie diverse tornano contemporaneamente a proporre un medesimo canovaccio che interpella, insieme alle singole coscienze, l'afasia della nostra politica e la felpata inconcludenza della nostra diplomazia.

Come se, in uno scollamento dal Paese innanzitutto emotivo prima ancora che politico, il tema dei diritti umani, della loro intransigente difesa, nei rapporti bilaterali tra Stati o con istituzioni sovranazionali come le Nazioni Unite (quelle per le quali Paciolla lavorava) non meritasse di trovare un posto in cima all'agenda di governo e prese di posizione più incisive di una generica e sfibrata promessa di impegno, di attenzione. Come se la pigra delega al "lavoro della magistratura" fosse in grado, da sola, di sciogliere i nodi che vicende come qu…

Il destino del piccolo Eitan, il mistero della morte del dimenticato Mario Paciolla, l'infinita violenza giudiziaria e carceraria sul corpo e la psiche di Patrick Zaky. Nello spazio di quarantotto ore, tre storie diverse tornano contemporaneamente a proporre un medesimo canovaccio che interpella, insieme alle singole coscienze, l'afasia della nostra politica e la felpata inconcludenza della nostra diplomazia.

Come se, in uno scollamento dal Paese innanzitutto emotivo prima ancora che politico, il tema dei diritti umani, della loro intransigente difesa, nei rapporti bilaterali tra Stati o con istituzioni sovranazionali come le Nazioni Unite (quelle per le quali Paciolla lavorava) non meritasse di trovare un posto in cima all'agenda di governo e prese di posizione più incisive di una generica e sfibrata promessa di impegno, di attenzione. Come se la pigra delega al "lavoro della magistratura" fosse in grado, da sola, di sciogliere i nodi che vicende come quelle di Eitan, di Paciolla, di Zaky propongono.

Per essere ancora più chiari. Cosa ne è stato della mozione del nostro Parlamento che, nel luglio scorso, con un voto pressocché unanime, ha impegnato il governo a concedere a Zaky la cittadinanza italiana? Per quale motivo l'Egitto di Al Sisi dovrebbe prendere sul serio le annunciate iniziative di un Paese, il nostro, che dopo non essere riuscito a ottenere neppure l'elezione di domicilio dei funzionari dell'intelligence accusati di essere responsabili del sequestro e dell'omicidio di Giulio Regeni, rinuncia a dar corso a un atto politico autonomo in grado non solo di rispondere alla mortificazione che quella carcerazione significa per l'Italia e l'Europa, dove Zaky aveva scelto di studiare, ma anche di rendere meno agevole il cinico gioco che sul corpo di quel ragazzo sta giocando il Cairo?

E cosa significa poi, esattamente, che di fronte al sequestro di un bimbo, affidato alla tutela delle nostre istituzioni, all'interno dei nostri confini, "la Farnesina si è attivata"? E ancora: per quale motivo, in un anno di indagini, la Procura di Roma che indaga sulla morte di Paciolla è riuscita a tenere il filo solo grazie a sette rogatorie con la Colombia, una missione di magistrati e investigatori a Bogotà, e i canali di cooperazione di polizia, nell'assoluta latitanza della cosiddetta componente diplomatica? Per quale ragione si è dovuto delegare al solo lavoro di polizia e magistratura il pressing sulle Nazioni Unite perché venissero messi a disposizione tutti quegli elementi in grado di ricostruire il contesto in cui Paciolla è morto?

La next generation EU è fatta di giovani donne e giovani uomini che stanno riscrivendo un orizzonte politico di cui i diritti e la loro difesa su scala globale sono l'azimut. Nella retina del Paese, il futuro della diplomazia italiana ha i pantaloni sporchi di fango sul muro dell'aeroporto di Kabul del console Tommaso Claudi, il coraggio e il sorriso privo di cinismo dell'ambasciatore Luca Attanasio.

Se la politica non è in grado di comprendere che la vita e la libertà di Zaky, la verità sulla morte di Paciolla, l'interruzione della violenza sul piccolo Eitan non sono affari "privati" o, peggio, fisiologici inciampi nei rapporti tra Stati o con istituzioni sovranazionali, significa ignorare il tempo in cui viviamo. Significa tradire il futuro che si va promettendo.

Naturalmente, per un cambio di passo servono coraggio e atti concludenti. E la consapevolezza che quando sono i diritti la posta in gioco è sempre più vera quella metafora della complessità che va sotto il nome di "effetto farfalla", per cui il battito di ali in un angolo del mondo può scatenare un uragano ai suoi antipodi.