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La cultura che uccide le donne

Barbara Palombelli (ansa)

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La polemica sulle parole di Barbara Palombelli
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Il fatto è questo. La giornalista e conduttrice Barbara Palombelli, in diretta tv, nel programma Forum, riportando il macabro dato di sette femminicidi in sette giorni ha detto "è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati o c'è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall'altra parte?". A questa domanda sulle domande è possibile rispondere, secondo me, solo con due versi di Giorgio Caproni: "Le domande sbagliate, le risposte tutte sassate".

Penso da anni che la principale tragedia di questo Paese sia semantica. Non capiamo le parole, e non le usiamo correttamente, in fondo, non ci interessano. Credo dipenda da un profondo analfabetismo scientifico, dall'essersi disabituati a pensare e agire nel senso del principio di causa ed effetto e dunque di gesto, parola e responsabilità.

Le parole di Barbara Palombelli sono incredibili, nel senso che non si pu&o…

Il fatto è questo. La giornalista e conduttrice Barbara Palombelli, in diretta tv, nel programma Forum, riportando il macabro dato di sette femminicidi in sette giorni ha detto "è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati o c'è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall'altra parte?". A questa domanda sulle domande è possibile rispondere, secondo me, solo con due versi di Giorgio Caproni: "Le domande sbagliate, le risposte tutte sassate".

Penso da anni che la principale tragedia di questo Paese sia semantica. Non capiamo le parole, e non le usiamo correttamente, in fondo, non ci interessano. Credo dipenda da un profondo analfabetismo scientifico, dall'essersi disabituati a pensare e agire nel senso del principio di causa ed effetto e dunque di gesto, parola e responsabilità.

Le parole di Barbara Palombelli sono incredibili, nel senso che non si può credere le abbia pronunciate, e, a riascoltare, ci si accorge che non ci può credere nemmeno lei. Non dice infatti "c'è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche da parte delle DONNE", non ci riesce. Dice "c'è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall'altra parte".

Dall'altra parte ci sono diverse cose. Partiamo da uno studio del ministero della Giustizia che misura la percentuale di sentenze per femminicidi in cui vengono concesse le attenuanti. Questa percentuale è 70%. Paola Di Nicola, magistrata, autrice di La mia parola contro la sua, pubblicato dall'editore Harper Collins, osserva "La nostra cultura è intrisa di sessismo e anche una parte della giustizia, di conseguenza, lo è (...) questo pregiudizio porta spesso i giudici ad attenuare le condanne di un femminicida, di uno stupratore, perché la violenza viene letta non come pura sopraffazione, ma come reazione appunto a un comportamento della vittima, che avrebbe provocato nel maschio quella spinta omicida. O un atteggiamento seduttivo che scatenerebbe lo stupro. Un delirio di gelosia".

Non molto tempo fa, parlando con Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell'Istat, ed editorialista di questo giornale e del quotidiano La Stampa, le ho chiesto Ma se dico "stragrande maggioranza, tu a che numero pensi?", Sabbadini ha risposto "Per me, oltre il 70%". Dunque, nella stragrande maggioranza delle sentenze di femminicidio vengono concesse le attenuanti.

La cultura è dunque quella cosa che nelle aule dei tribunali, non solo televisivi, fa sì che, indifferentemente dal sesso biologico, chi parla o emette sentenza, si chieda quale esagerazione o aggressione ci sia stata dall'altra parte. La parte lesa, ferita, e spesso morta. Se lo domanda in base a un principio di universalità che, tuttavia, coincide, con l'universale maschile.

La cultura, e spero nessun filosofo, o matematico o letterato o giurista, nessuno studioso di qualsiasi disciplina se ne abbia a male, ha a che fare con la stragrande maggioranza. Perciò non è bene né male, e perciò la scuola è fondamentale per la salute politica, civile e semantica di un paese. Ne Le Ragioni del dubbio, saggio su come usiamo le parole e sui drammi che ne derivano, che sarà nelle librerie dal prossimo martedì per i tipi di Einaudi, Vera Gheno, che ne è l'autrice e che è una linguista, scrive "Uso Femminicidio perché ritengo che indichi con chiarezza una categoria di omicidi precisa: quella in cui la vittima è una donna in quanto donna, uccisa perché si oppone a un rapporto sessuale, o perché non vuole avere una relazione esclusiva con un uomo, o perché magari intendeva lasciarlo. Il femminicidio, come mostrano i dati Istat sulle morti violente, è una macabra realtà, che va evidenziata ancora una volta usando il termine più preciso per indicarla".

I femminicidi devono essere considerati come un unico fenomeno la cui natura è culturale. Bisogna continuare a pronunciare i nomi delle vittime, una per una, e dei carnefici, uno per uno, ma sforzarsi di vedere che le donne muoiono perché nasciamo e viviamo in una cultura che uccide le donne. Non solo metaforicamente. Non solo amministrativamente. Non solo culturalmente. Non solo socialmente considerandole una parte del welfare. Le uccide proprio. E per quella donna che siamo tutte - e alcuni maschi pure - ci vorrebbe una targa, un monumento al milite ignoto, ai dispersi in mare. Qualcosa che dica, come lo abbiamo sempre detto, cioè sulle pietre, che cosa "è accaduto" in questo momento della Storia.