Ieri il Financial Times, il giornale della comunità finanziaria globale, aveva in prima pagina la notizia sulla decisione del governo italiano di estendere a tutti i 23 milioni di lavoratori l'obbligo del Green Pass per entrare in ufficio o in fabbrica. Quella del quotidiano della City non è stata affatto una scelta eccentrica, non è nel suo stile. Ma si spiega invece con la valenza anche economica, non solo di politica strettamente sanitaria, della mossa di Draghi (nessun altro governo l'ha fatta). D'altra parte il presidente del Consiglio ha giustificato l'estensione del certificato verde con l'obiettivo di poter "continuare ad aprire il Paese".
L'economia italiana cresce a ritmi superiori rispetto a quelli della media europea. Quest'anno chiuderà con un aumento del Pil intorno al 6 per cento, livello che non vediamo da diversi decenni, nei quali finanche l'1 per cento in più appariva una chimera. Certo, c…
Ieri il Financial Times, il giornale della comunità finanziaria globale, aveva in prima pagina la notizia sulla decisione del governo italiano di estendere a tutti i 23 milioni di lavoratori l'obbligo del Green Pass per entrare in ufficio o in fabbrica. Quella del quotidiano della City non è stata affatto una scelta eccentrica, non è nel suo stile. Ma si spiega invece con la valenza anche economica, non solo di politica strettamente sanitaria, della mossa di Draghi (nessun altro governo l'ha fatta). D'altra parte il presidente del Consiglio ha giustificato l'estensione del certificato verde con l'obiettivo di poter "continuare ad aprire il Paese".
L'economia italiana cresce a ritmi superiori rispetto a quelli della media europea. Quest'anno chiuderà con un aumento del Pil intorno al 6 per cento, livello che non vediamo da diversi decenni, nei quali finanche l'1 per cento in più appariva una chimera. Certo, c'è un importante effetto rimbalzo visto che nel 2020, a causa proprio delle chiusure di buona parte delle attività economiche, il Pil è precipitato di 9 punti percentuali, ma c'è qualcosa di più: per una volta il sistema produttivo italiano sta reagendo meglio di altri nell'uscita dalla profonda recessione provocata dalla pandemia.
È il frutto di un turnaround intelligente di un pezzo di capitalismo italiano che si è inserito dentro le catene globali del valore e ha saputo - anche - sfruttare gli incentivi del piano Industria 4.0 dei governi Renzi e Gentiloni. Ed è questa spinta che il governo non vuole sprecare. Va trasformato il rimbalzo in una crescita strutturale, processo che verrebbe seriamente compromesso da nuovi eventuali lockdown determinati dalla propagazione del virus in autunno e in inverno.
Draghi l'ha detto. Guardando i dati economici e insieme ascoltando il sentimento degli imprenditori, grandi, medi e piccoli, soprattutto delle regioni del nuovo triangolo economico, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Esattamente come hanno fatto i governatori di quelle regioni (le prime due sono guidate dal centrodestra) che si sono banalmente sintonizzati con i propri elettori spiazzando (nei casi lombardo e veneto) il leader leghista Matteo Salvini, ossessionato dalla competizione tutta a destra dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni alla ricerca di dare rappresentanza allo sconclusionato mondo dei No Vax. Salvini potrebbe però scoprire amaramente alle prossime amministrative che il "partito del Pil" conta di più.
Gli imprenditori (vecchi e nuovi), dunque. A loro il decreto del governo affida un compito assai delicato che va esercitato con cura, con il massimo della responsabilità. È in fondo una delega di funzioni pubbliche che arriverà con le linee guida che predisporrà l'esecutivo. Saranno infatti le imprese a controllare se i propri dipendenti sono dotati del certificato verde. La vita nei luoghi di lavoro si complicherà non poco, vale per le piccole aziende (lo sono la stragrande maggioranza di quelle italiane), vale per le più grandi comprese quelle che producono a ciclo continuo, con turni di lavoro differenziati e dunque controlli lungo il corso dell'intera giornata. Non sarà semplicissima la verifica quotidiana del Green Pass con il rispetto delle scelte che ciascun lavoratore intenderà fare.
Bisognerà stare attenti (molto attenti) per non far diventare il controllo del Green Pass motivo di divisioni e di un nuovo conflitto sociale dai contorni inediti. È un rischio che non va sottovalutato. Lo vede, tra gli altri, lo storico Alessandro Barbero (accademico No Green Pass), intervistato dalla Stampa. E riguarda, innanzitutto, la sinistra politica. Perché è stata (è?) la sua missione riequilibrare i rapporti tra capitale e lavoro. Ora le aziende comunque potranno esercitare, con tutti i limiti previsti, un controllo sui lavoratori. I rapporti di forza possono dunque cambiare. Carlo Bonomi, presidente della Confindustria, ha vinto questa battaglia.
Voleva il Green Pass obbligatorio ed è arrivato ma deve impedire che tra i suoi associati si trasformi surrettiziamente in uno strumento di controllo e che l'emergenza possa diventare la giustificazione di comportamenti gravi.
La scelta di Draghi aiuta anche i sindacati ad uscire dall'ingarbugliata matassa, tra distinguo e bizantinismi, in cui si erano infilati da soli. Ma li mette (come la sinistra politica) oggettivamente in una condizione squilibrata nonostante abbiano strappato il divieto di licenziamento per i lavoratori privi del certificato verde, mentre resta la possibilità che nelle aziende con meno di 15 dipendenti il lavoratore senza Green Pass possa essere sostituito.
Si apre un nuovo scenario, ma non deve essere quello di una lotta di classe sotto mentite spoglie.