Il discorso di Mario Draghi alla Confindustria contiene, come è logico, più di un risvolto politico. Soprattutto offre un’alternativa alle diatribe di corto respiro che da settimane segnano il dibattito pubblico. Alle forze politiche poco inclini ad allungare lo sguardo oltre un orizzonte ristretto, il presidente del Consiglio propone infatti un “patto nazionale” in grado di accompagnare l’attuazione del piano europeo, l’ormai famoso Pnrr. La stessa offerta naturalmente è estesa ai sindacati e alle altre organizzazioni del mondo produttivo.
Non è il ritorno alla vecchia concertazione, bensì un’ipotesi legata alle circostanze storiche attuali. All’incirca lo stesso principio su cui si è formata la maggioranza trasversale che sorregge l’esecutivo: da un lato, garantire la massima spinta alla ripresa e attuare le riforme per le quali resta indispensabile il concorso delle forze parlamentari; …
Il discorso di Mario Draghi alla Confindustria contiene, come è logico, più di un risvolto politico. Soprattutto offre un’alternativa alle diatribe di corto respiro che da settimane segnano il dibattito pubblico. Alle forze politiche poco inclini ad allungare lo sguardo oltre un orizzonte ristretto, il presidente del Consiglio propone infatti un “patto nazionale” in grado di accompagnare l’attuazione del piano europeo, l’ormai famoso Pnrr. La stessa offerta naturalmente è estesa ai sindacati e alle altre organizzazioni del mondo produttivo.
Non è il ritorno alla vecchia concertazione, bensì un’ipotesi legata alle circostanze storiche attuali. All’incirca lo stesso principio su cui si è formata la maggioranza trasversale che sorregge l’esecutivo: da un lato, garantire la massima spinta alla ripresa e attuare le riforme per le quali resta indispensabile il concorso delle forze parlamentari; dall’altro, incoraggiare queste stesse forze a rinnovarsi, convincendole che il vero consenso si conquista partecipando da protagoniste allo sforzo in atto.
Ciò non significa cancellare le divisioni e i contrasti, per quanto siano spesso futili, bensì proiettarli su uno sfondo realistico, dove le priorità sono il sistema produttivo, il lavoro, le altre questioni sociali, la riforma fiscale e quella della giustizia. In definitiva, l’unico mezzo per una vera legittimazione reciproca tra i contraenti della tregua su cui è nato il ministero Draghi.
Chi è pronto dunque al patto nazionale? Dopo qualche titubanza, il Pd di Letta si è detto disposto a fare la sua parte. Tuttavia la linea dell’alleato, il M5S, è tutt’altro che chiara: favorevole a Draghi il settore che fa riferimento a Di Maio, assai più evasivo il gruppo riunito intorno a Conte.
Quanto alla destra, essa vive in un dilemma ancora indecifrabile. Di certo Salvini non intende uscire dal governo, tuttavia non rinuncia all’elettorato di confine tra lui e la rivale Giorgia Meloni. Di qui la frattura parlamentare e l’eterna diatriba sui Green Pass, dietro cui si nascondono i dubbi sui vaccini.
Con una conseguenza: poche iniziative sembrano destinate a una fine più infausta della “federazione” tra la Lega e Berlusconi (tanto più che questi è oggi rinfrancato dalla sentenza di Palermo che ha dissolto un po’ di ombre). Basi fragili, prospettive velleitarie (il futuro “partito unico”), contraddizioni profonde. Poteva forse funzionare se Salvini avesse esercitato una vera e propria “opa” su Forza Italia, assimilandola all’interno della Grande Lega. Viceversa il leghista è rimasto a metà strada, come spesso gli capita. Non riesce a essere un interlocutore affidabile del potere economico e industriale, che pure al Nord ha costituto la spina dorsale del Carroccio. Ma non sa essere nemmeno un leader anti-sistema, diciamo così, pronto a restare anni all’opposizione: come in fondo ha fatto la sua amica Marine Le Pen in Francia. L’annessione di Forza Italia è fallita e sull’Europa restano le distanze tra Popolari e “sovranisti”, con Berlusconi che non si fa pregare a riconoscersi nei primi.
C’è da credere che i tempi siano quasi maturi per quello che con un eufemismo si definisce un “chiarimento”. Difficile che sia all’indomani delle amministrative, nonostante un risultato che si prevede fallimentare. Il simulacro della “federazione” sarà tenuto in piedi fino all’elezione del capo dello Stato. Subito dopo, se anche quella battaglia si concluderà in maniera deludente, la destra dovrà scegliere una strada meno tortuosa in vista del 2023.