La politica dello struzzo
di Andrea Bonanni , di Andrea BonanniIl dramma di Carles Puigdemont che improvvisamente si è rovesciato sulla giustizia italiana nasce da un equivoco di fondo: la pretesa della destra spagnola, allora al governo, di risolvere per via giudiziaria una questione eminentemente politica come fu il referendum per l'indipendenza della Catalogna nell'ottobre del 2017.
Quel referendum era illegale, è vero. Ma risolvere la questione incarcerando per "ribellione" e "sedizione" i dirigenti politici liberamente eletti da un'intera regione è stato uno strappo alla logica democratica che ha fatto male in primo luogo alla Spagna e poi all'Europa intera.
Da quel momento l'equivoco giudiziario è rimbalzato senza più controllo in Belgio, in Germania, al Parlamento europeo, alla Corte di Giustizia della Ue e infine è piombato sulle spalle dei giudici sardi. Che hanno cercato, come gli altri magistrati non spagnoli, di risolvere in modo salomonico una questio…
Il dramma di Carles Puigdemont che improvvisamente si è rovesciato sulla giustizia italiana nasce da un equivoco di fondo: la pretesa della destra spagnola, allora al governo, di risolvere per via giudiziaria una questione eminentemente politica come fu il referendum per l'indipendenza della Catalogna nell'ottobre del 2017.
Quel referendum era illegale, è vero. Ma risolvere la questione incarcerando per "ribellione" e "sedizione" i dirigenti politici liberamente eletti da un'intera regione è stato uno strappo alla logica democratica che ha fatto male in primo luogo alla Spagna e poi all'Europa intera.
Da quel momento l'equivoco giudiziario è rimbalzato senza più controllo in Belgio, in Germania, al Parlamento europeo, alla Corte di Giustizia della Ue e infine è piombato sulle spalle dei giudici sardi. Che hanno cercato, come gli altri magistrati non spagnoli, di risolvere in modo salomonico una questione su cui, in primo luogo, non avrebbero dovuto essere chiamati a giudicare.
Naturalmente, come succede quando il diritto viene chiamato a dirimere un problema non solo giuridico, la vicenda di Puigdemont ha allineato una serie di cavilli e di espedienti che non fanno onore alla Giustizia, e che adesso si riversano sulla Corte italiana che dovrà decidere sull'estradizione dell'eurodeputato catalano.
Il primo a cadere nella trappola è stato il Parlamento europeo, cui è stato chiesto di votare se levare l'immunità all'ex presidente della Catalogna diventato nel frattempo eurodeputato.
Il Ppe, pressato dalla sua forte componente spagnola, ha fatto valere il suo ruolo di cardine della maggioranza che sostiene la Commissione europea per imporre la revoca dell'immunità. Ma per salvare la faccia, se non l'anima, invece di entrare nel merito delle accuse il Parlamento si è nascosto dietro il cavillo che i reati contestati a Puigdemont risalivano a prima della sua elezione ad eurodeputato. Come se quella elezione da parte dei cittadini catalani non fosse stata la logica continuazione politica del referendum sull'indipendenza indetto dall'allora presidente della Comunidad.
Alla commedia degli equivoci si è poi aggiunta la magistratura spagnola, che ha dichiarato non esecutivo il mandato di arresto europeo che aveva emesso contro Puigdemont proprio per convincere il Tribunale della Ue a non revocare la levata dell'immunità.
E i giudici di Lussemburgo hanno perfezionato ulteriormente il cavillo confermando la decisione del Parlamento di levata dell'immunità perché, a loro dire, "non vi è motivo di ritenere che le autorità giudiziarie di un altro Stato membro possano eseguire i mandati d'arresto europei emessi nei confronti dei deputati e consegnarli alle autorità spagnole".
Ancora una volta, dunque, dopo il governo spagnolo del conservatore Mariano Rajoy, dopo il Parlamento europeo, anche il supremo Tribunale della Ue si è sottratto allo scomodo dovere di entrare nel merito della questione: se cioè il referendum sull'indipendenza convocato da Puigdemont fosse un crimine o una legittima manifestazione della volontà popolare, ancorché non contemplata dalla Costituzione spagnola.
Naturalmente è illusorio pensare che i magistrati italiani che dovranno decidere sulla richiesta di estradizione possano entrare nel merito di una questione politica sulla quale non hanno né gli strumenti né il mandato per giudicare.
Ma è indubbio che ora l'Italia e i suoi giudici si trovano a dover risolvere una grana che l'Europa non ha saputo o voluto affrontare. E che lo stesso governo spagnolo del socialista Pedro Sanchez sta finalmente cercando di regolare sull'unico piano possibile, che è il piano della politica e del dialogo.
Si può star certi che oggi Sanchez, che ha concesso l'indulto agli altri dirigenti catalani dopo anni di prigione, preferirebbe di gran lunga evitare un processo in Spagna e un nuovo scontro con la destra del Paese che vuole la condanna dell'esule indipendentista.
Tuttavia né le autorità italiane, né lo stesso Sanchez, possono ignorare la legalità formale di un procedimento. E dunque, paradossalmente, la speranza di tutti è che i giudici italiani escogitino un ennesimo cavillo per consentire all'eurodeputato di tornare al suo esilio bruxellese e alle sue funzioni di legislatore.
Ma il caso Puigdemont, con il suo sorprendente e penoso risvolto italiano, dovrebbe insegnare all'Europa che la politica dello struzzo alla fine si rivela sempre controproducente. Tra i sovranisti alla Orbán, che pretendono di restare in Europa e spillarne i soldi senza rispettarne le regole, e i sovranisti alla Puigdemont, che vorrebbero emanciparsi dalla Spagna ma restare nella Ue che considerano la loro patria, la differenza è evidente. Occorre che l'Europa cominci a rifletterci.