Da Berlino a Roma: sulle rive del Tevere ieri sera c'era la massima attenzione per i risultati tedeschi e sarebbe strano il contrario. Quello che muta nella più potente nazione europea ha un'influenza diretta e indiretta nel resto del continente e in particolare a sud delle Alpi. Si è detto più volte che la transizione post-Merkel in Germania offre un'opportunità irripetibile a una personalità ovunque stimata come Mario Draghi per svolgere un ruolo di primo piano nell'Unione. Il come e il quando, ossia in che termini e con quali prospettive, tocca le caratteristiche del nuovo assetto di potere che si definirà nei prossimi tempi a Berlino. A giudicare dai dati elettorali, il processo non sarà né facile né breve: il che manterrà Angela Merkel alla Cancelleria ancora per qualche mese.
Ma per gli italiani conta soprattutto valutare quali potranno essere i riflessi del voto in casa nostra. In primo luogo, è chiaro che i tedeschi hanno cercato la continuità con l'era Merkel. Una continuità ravvivata da un pizzico di novità - il successo di misura del socialdemocratico Scholz - ma dentro binari sicuri. Vale a dire che la politica europea come l'abbiamo conosciuta negli ultimi lustri è stata confermata: europeismo con un'ovvia tendenza a marcare gli interessi tedeschi, non senza qualche diffidenza verso i popoli mediterranei, compresa l'Italia. Le ali estreme, vale a dire la Linke a sinistra e l'inquietante gruppo di Alternative a destra, hanno subito una sconfitta pesante. A loro volta i Verdi, che rappresentavano fino a pochi mesi fa l'ipotesi più innovativa, tanto da sollecitare qualche tentativo di imitazione, almeno sul piano delle buone intenzioni, sono stati ridimensionati.
Dovevano essere il perno del futuro governo, ma il ruolo di partito insostituibile, da tutti corteggiato, è stato loro scippato dai liberali. Che sono tra i vincitori politici della giornata. E dicendo liberali s'intende una forza di centro con un passato significativo (basti ricordare negli anni Ottanta l'Atto Unico firmato da Genscher e Colombo). La rinascita liberale è favorita dalla legge elettorale tedesca, molto diversa da quella italiana, ma non dipende da un tecnicismo. La verità è che gli elettori hanno ribadito la tradizione: il rifiuto di semplificare il quadro generale e la ricerca di soluzioni complesse, ma con la caratteristica di durare nella stabilità. Per cui, nel momento in cui i tedeschi hanno sottratto alla Cdu-Csu la delega fiduciaria garantita a lungo ad Angela Merkel, non hanno per questo firmato un assegno in bianco al capo della socialdemocrazia. Gli hanno offerto semmai un pallido viatico, compensato come si è detto dal rafforzamento dei liberali. Chi in Italia potrebbe svolgere un ruolo analogo? In teoria Italia Viva, se fosse in grado di fondersi con altre piccole formazioni che si muovono nella stessa area, da +Europa a Calenda ad altri ancora. E chissà se basterebbe.
Comunque sia, la Spd può festeggiare. Negli ultimi anni, travolta dal fenomeno verde, era data quasi per morta. Invece ha dimostrato che i partiti storici hanno radici profonde e quindi una capacità di ripresa che è impossibile ignorare. Per il Pd è un'ottima notizia, soprattutto se i dati delle nostre amministrative, tra una settimana, confermeranno la tenuta del centrosinistra. Quanto alla destra, il recupero della Cdu, pur sconfitta, impone una riflessione alla Lega. Che prima o poi dovrà decidere in quale famiglia europea collocarsi.