Non c'entrano il Green Pass, il caso Morisi né altre faccende del momento. La spaccatura nella Lega tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti viene da lontano ed è strutturale, insanabile o, per meglio dire, destinata in futuro a risolversi solo con la disfatta politica di uno dei due contendenti. La sfida è anomala, non solo perché dissimulata e talvolta negata a dispetto dell'evidenza, ma anche perché non basata su una contesa diretta per la leadership della Lega.
L'obiettivo di Giorgetti non è infatti quello di sostituirsi a Salvini nella guida del partito. Del resto, si potrebbe chiosare maliziosamente, dalla sua postazione privilegiata nel governo Draghi ha già orientato le ultime scelte pur senza possedere il bastone ufficiale del comando. Il problema è che il ministro dello Sviluppo e il segretario della Lega incarnano due idee di destra non più conciliabili: liberal-conservatore uno e sovranista l'a…
Non c'entrano il Green Pass, il caso Morisi né altre faccende del momento. La spaccatura nella Lega tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti viene da lontano ed è strutturale, insanabile o, per meglio dire, destinata in futuro a risolversi solo con la disfatta politica di uno dei due contendenti. La sfida è anomala, non solo perché dissimulata e talvolta negata a dispetto dell'evidenza, ma anche perché non basata su una contesa diretta per la leadership della Lega.
L'obiettivo di Giorgetti non è infatti quello di sostituirsi a Salvini nella guida del partito. Del resto, si potrebbe chiosare maliziosamente, dalla sua postazione privilegiata nel governo Draghi ha già orientato le ultime scelte pur senza possedere il bastone ufficiale del comando. Il problema è che il ministro dello Sviluppo e il segretario della Lega incarnano due idee di destra non più conciliabili: liberal-conservatore uno e sovranista l'altro, industrialista e nordista il primo e peronista e neo-nazionalista il secondo, e poi ancora tendenza Draghi contro tendenza Orbán, reaganismo contro putinismo, moderatismo contro populismo mediatico, ancoraggio al Partito popolare europeo contro asse dell'ultradestra anti-Ue.
Proprio con una intervista a Repubblica, nei mesi scorsi, l'attuale ministro dello Sviluppo aveva indicato nel Ppe l'approdo naturale del partito. Salvini ha scelto una strada diversa a livello europeo e anche in casa ha giocato con Forza Italia una partita tutta difensiva e speculativa, proponendo la federazione con ciò che resta del mondo berlusconiano al solo scopo di annettersene le spoglie per rintuzzare l'ascesa di Giorgia Meloni e conservare le speranze di premiership futura.
Proprio con una intervista a Repubblica, nei mesi scorsi, l'attuale ministro dello Sviluppo aveva indicato nel Ppe l'approdo naturale del partito. Salvini ha scelto una strada diversa a livello europeo e anche in casa ha giocato con Forza Italia una partita tutta difensiva e speculativa, proponendo la federazione con ciò che resta del mondo berlusconiano al solo scopo di annettersene le spoglie per rintuzzare l'ascesa di Giorgia Meloni e conservare le speranze di premiership futura.
Il problema, per Salvini, è che questa estrema divaricazione di prospettive e identità, già covata da tempo, non può essere più nascosta dopo la nascita del governo Draghi, che l'ha portata in superficie e fatta esplodere. Non a caso fu Giorgetti, forte dell'appoggio di tutta la base territoriale del vecchio Carroccio, a spingere per l'ingresso nell'esecutivo dopo che Salvini aveva subito bocciato l'idea, probabilmente anche in quel caso preoccupato più da ragioni personali, non lasciare a Meloni il monopolio dell'opposizione, che da dubbi di programma e compatibilità. Nella Lega si racconta ancora con un certo pathos la riunione notturna dello Stato maggiore leghista nella quale Giorgetti, non senza fatica dialettica, alla fine convinse il leader a imbarcarsi nel governo Draghi.
Quello è stato il punto di non ritorno: da una parte la Lega di governo, quella dei presidenti di Regione, non priva di intemperanze ed estremismi, ma decisa a esercitare una precisa rappresentanza di interessi e incarnare una destra di governo, dall'altra il movimentismo salviniano, con le sue nuove truppe reclutate sul territorio (specie al Sud) senza badare troppo al curriculum e alle provenienze più imbarazzanti, tarato per un'opposizione gridata e coreografica di cui la Bestia social in mano a Luca Morisi rappresentava il braccio armato: felpe e Nutella, comizi Facebook e bacioni, battute e video contro immigrati e spacciatori, almeno fino a pochi giorni fa. Se Giorgetti, parlando con la Stampa due giorni fa, ha bocciato i candidati scelti dal centrodestra per le comunali del 3 e 4 ottobre è per sottolineare che provengono da un casting figlio di quel milieu salviniano: civismo di risulta, faciloneria e improvvisazione. Ecco perché Salvini teme così tanto il voto delle città: potrebbero confermare che lo sboom della sua Lega sovranista è inarrestabile.