Assuefatto a un'informazione ancillare o, alternativamente, al manganello digitale perfezionato negli anni della "Bestia" dall'amico caduto in disgrazia Luca Morisi, Matteo Salvini ha poche e confusissime idee sul giornalismo. Di cui, del resto, è difficile abbia appreso i fondamentali nella redazione di Radio Padania, testata in cui, in un'altra vita, fu giovane praticante insieme a un altro mancato principe della professione come Gianluca Savoini, l'uomo del "Metropol", con cui ebbe a dividere il desk in redazione. Lo stesso che per settimane negò persino di conoscere, fino a quando non si scoprì che aveva gli uffici nello stabile della segreteria della Lega e che sedeva alla sua destra in una delegazione ufficiale in visita al ministero dell'Interno russo. Ebbene, da lunedì scorso, a proposito dell'affaire Morisi, capita di sentir parlare Salvini, con petto gonfio di indignazione, di "massacro mediatico&qu…
Assuefatto a un'informazione ancillare o, alternativamente, al manganello digitale perfezionato negli anni della "Bestia" dall'amico caduto in disgrazia Luca Morisi, Matteo Salvini ha poche e confusissime idee sul giornalismo. Di cui, del resto, è difficile abbia appreso i fondamentali nella redazione di Radio Padania, testata in cui, in un'altra vita, fu giovane praticante insieme a un altro mancato principe della professione come Gianluca Savoini, l'uomo del "Metropol", con cui ebbe a dividere il desk in redazione. Lo stesso che per settimane negò persino di conoscere, fino a quando non si scoprì che aveva gli uffici nello stabile della segreteria della Lega e che sedeva alla sua destra in una delegazione ufficiale in visita al ministero dell'Interno russo. Ebbene, da lunedì scorso, a proposito dell'affaire Morisi, capita di sentir parlare Salvini, con petto gonfio di indignazione, di "massacro mediatico", di "guardonismo". O, ancora, di "attacco a orologeria a cinque giorni dal voto". E di vederlo accompagnare il giudizio con la stessa tracotanza con cui, nell'indimenticabile estate del Papeete (luglio 2019), quando era ministro dell'Interno e vicepresidente del Consiglio, gli agenti della sua scorta tentarono di impedire al nostro videomaker Valerio Lo Muzio di riprendere le evoluzioni del figlio sulle moto d'acqua della Polizia di Stato (bene notoriamente a disposizione dei familiari di chi ricopre incarichi pubblici). All'epoca, disse il nostro, era evidente la "violenza mediatica" cui quelle immagini esponevano suo figlio.
Si potrebbe dunque liquidare la faccenda abbandonando lo sventurato Salvini ai succhi gastrici stimolati nel suo partito dall'affaire Morisi e comprenderlo per le difficoltà cognitive che incontra di fronte a un fondamentale della democrazia, almeno da un paio di secoli, per cui il giornalismo fa le domande e il Potere - quale esso sia - dà delle risposte. Che in questa storia non c'è dunque nessun complotto ma, semplicemente, il lavoro rigoroso di Repubblica che, il giorno in cui Luca Morisi ha annunciato le sue dimissioni motivandole con anodini "motivi familiari e personali", si è fatta e ha cominciato a fare qualche domanda. Trovando delle prime risposte. Che ora conosciamo.
Ma lasciar cadere significherebbe prendere sul serio quello che Salvini va dicendo. Accettando il copione, per altro liso, di una recita in due atti. Che, nel primo, ha visto il leader leghista impegnato a nascondere (anche all'interno del suo partito) quanto accaduto e, nel secondo, provare a manipolarne goffamente il significato e la rilevanza scomodando affannosamente categorie quali la privacy, la morale, il perdono, l'amicizia, la libertà sessuale, la presunzione di innocenza. Pur di tenersi e di tenere lontano chi legge e ascolta dalla sola categoria che rende la vicenda di Morisi degna di avere un posto nell'agenda del discorso pubblico. La politica. Che mai come in questo caso ha poco a che vedere con il codice penale (non fosse altro per il tipo di reato che viene contestato a Morisi), ma molto ha a che fare con il prezzo che la politica sconta quando è chiamata a dare conto, misurandosi sui fatti e solo su quelli, della coerenza tra le sue parole d'ordine e i suoi comportamenti. Quando, dunque, inevitabilmente, il privato diventa pubblico. Soprattutto se il privato può diventare potenzialmente motivo di ricatto (in questo senso, illustri e numerosi sono i precedenti a ogni latitudine politica, a cominciare dalla "dismisura" delle "cene eleganti" di Arcore).
Per questo, suggeriamo a Salvini di leggere cosa racconta ai nostri Foschini e Tonacci il giovane escort romeno protagonista della complicata notte d'agosto in quel di Belfiore. Scoprirà nella ricostruzione che il ragazzo propone - va da sé al netto della sua veridicità, che andrà verificata - il malore che lo ha colto per la quantità di stupefacente che aveva assunto durante il festino e che avrebbe trovato in casa di Morisi. Così come scoprirà gli indizi sulfurei di qualche altro pasticcio che sembra essersi consumato quando, quel pomeriggio, i carabinieri della compagnia di San Bonifacio scoprirono non solo cosa era accaduto nella mansarda del cascinale, ma, soprattutto, chi diavolo fosse davvero quel Luca Morisi. Una ricostruzione che non porta a nessun complotto, quanto, piuttosto, a quello che somiglia a un'affannosa banalizzazione di quanto accaduto in un comune interesse a minimizzare il danno.
Si chiama giornalismo, appunto, e non guardonismo. Il che comporterà la seccatura, per Salvini, come per Morisi, di misurarsi sui fatti e di rispondere, magari non da soli, a qualche altra domanda.