La scenetta milanese dei leader del centrodestra, che avrebbero dovuto dimostrare la loro granitica compattezza intorno al pediatra pistolero Bernardo, è scivolata in una gag degna dei Monty Python. Con Meloni che non è riuscita ad arrivare in tempo e Salvini che, visibilmente spazientito, se ne è andato via dopo pochi minuti stanco di fingere sorrisi. Solidarietà a Tajani, Lupi e La Russa che hanno provato ad andare avanti come se nulla fosse, come in quelle tragiche cene famigliari dove una coppia litiga furiosamente mentre i parenti imbarazzati parlano del risotto. Show must go on, almeno fino a domenica 3 ottobre. Ma il piccolo incidente milanese, in sé risibile, è l'epitome di un problema vero e serio che riguarda l'assetto del centrodestra nei prossimi mesi. E la sua stessa esistenza in vita per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi anni, da quando cioè sono apparsi sulla scena come leader nazionali i giovani sovranisti …
La scenetta milanese dei leader del centrodestra, che avrebbero dovuto dimostrare la loro granitica compattezza intorno al pediatra pistolero Bernardo, è scivolata in una gag degna dei Monty Python. Con Meloni che non è riuscita ad arrivare in tempo e Salvini che, visibilmente spazientito, se ne è andato via dopo pochi minuti stanco di fingere sorrisi. Solidarietà a Tajani, Lupi e La Russa che hanno provato ad andare avanti come se nulla fosse, come in quelle tragiche cene famigliari dove una coppia litiga furiosamente mentre i parenti imbarazzati parlano del risotto. Show must go on, almeno fino a domenica 3 ottobre. Ma il piccolo incidente milanese, in sé risibile, è l'epitome di un problema vero e serio che riguarda l'assetto del centrodestra nei prossimi mesi. E la sua stessa esistenza in vita per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi anni, da quando cioè sono apparsi sulla scena come leader nazionali i giovani sovranisti Salvini e Meloni.
La scarsa considerazione nei loro confronti da parte del vecchio patriarca di Arcore, finora dissimulata, è emersa nella conversazione pubblicata dalla Stampa. Berlusconi è arrivato a definire uno scherzo la possibilità che uno dei suoi due alleati possa essere chiamato, dopo le elezioni, a fare il presidente del Consiglio. A dire il vero la diffidenza è reciproca. Nel libro autobiografico recentemente dato alle stampe, Giorgia Meloni confessa di avere una grande considerazione per il Cavaliere, "ma la mia storia appartiene a un mondo che lui non ha mai capito davvero". (Io sono Giorgia, pagina 87).
È necessario dunque interrogarsi su cosa stia accadendo a destra e quali siano le reali linee di frattura destinate in futuro ad approfondirsi. A nostro avviso sono di tre tipi e investono, per cerchi concentrici, il governo Draghi, l'Europa, il Quirinale. La prima faglia deriva dalla scelta di Salvini di entrare nella maggioranza. Non dimentichiamoci che la Lega, a differenza dei 5 Stelle, nell'estate del 2019 votò contro l'elezione di Ursula von der Leyen, chiamandosi fuori dalla nuova maggioranza europea. Lo scorso febbraio, giravolta incredibile: Salvini cambia schieramento e accetta di far parte di un governo guidato dal simbolo stesso dell'Europa unita. Il problema è che poi il segretario del Carroccio non è stato coerente con quella svolta, mantenendo in questi mesi sempre il piede in due staffe. Lontano dal Ppe, scettico sui vaccini, ostile al Green Pass, inutile rifare l'elenco del Salvini di lotta e di governo.
Meloni, al contrario, si è coerentemente tenuta lontana dalla maggioranza con Pd e 5stelle, perseguendo il disegno di una destra dura e pura, favorevole ai muri e ai ponti levatoi, contraria a una maggiore integrazione europea, al "globalismo".
E Forza Italia? Al di là del sostegno alle candidature comuni con Salvini e Meloni, qualcuno ricorda una posizione di Forza Italia distinta e distante da Draghi? L'allineamento è totale. Tanto che il segretario del Pd Enrico Letta, con un pizzico di malizia, ha constatato: "In Fi vedo una situazione che si sta evolvendo. Quando ascolto i ministri di Fi ascolto cose sempre ragionevoli". Tre partiti, tre posizioni diverse: no Draghi, ni Draghi, sì Draghi. È evidente che un chiarimento si impone, appena si saranno chiuse le urne.
Ma c'è un'altra partita sullo sfondo a cui il centrodestra sta arrivando spaccato. Quella che si aprirà, anzi si è già aperta, sulla scelta del successore di Mattarella al Quirinale. I giochi sono ancora coperti, tuttavia qualche spiffero si sente dietro le porte socchiuse. Dentro Forza Italia c'è una forte corrente che, al di là delle dichiarazioni d'amore verso Berlusconi, sta spingendo riservatamente su Gianni Letta. Salvini l'ha saputo e la prospettiva, per usare un eufemismo, non l'ha entusiasmato. Il sospetto di Salvini è che un presidente della Repubblica con quelle caratteristiche farà di tutto per affidare l'incarico di formare il governo a chiunque tranne che a un leader che porti il Paese lontano dall'Europa. Tanto varrebbe dunque eleggere Draghi, con delle precise garanzie. Se non fosse che Draghi è il candidato al Colle del suo nemico interno, Giancarlo Giorgetti.
Giorgia Meloni al momento si tiene alla finestra, ma la sua convenienza è favorire l'elezione di un capo dello Stato che sciolga subito le Camere senza cercare un nuovo premier per arrivare al 2023. Come si vede, grande è la confusione sotto il cielo. C'è da credere che, se non ci fosse il chiavistello di una legge elettorale che impone le coalizioni forzate, il Big Bang della destra sarebbe già sotto i nostri occhi.