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Politica, i soldi nell'oscurità

Giorgia Meloni con Roberto Jonghi  Lavarini detto Barone nero (agf)

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Nessuno vigila sui finanziamenti
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"Non può sottacersi la scarsa dotazione di risorse umane, strumentali ed economiche destinata alle numerose e complesse attività di controllo". Con questa formula burocratica, da più di due anni le istituzioni italiane rinunciano a vigilare sul finanziamento della politica. Mentre la telecamera nascosta di Fanpage dimostra come i candidati milanesi di Fdi ostentino una rete per incassare "il black", ossia il denaro contante, e "lavanderie" per gestire le sovvenzioni destinate a rimanere nascoste. Mentre dozzine di indagini penali continuano a indicare come una selva oscura di fondazioni, associazioni, circoli e onlus vengano usate per mimetizzare i soldi utilizzati per le campagne di leader nazionali e locali, il Parlamento preferisce chiudere gli occhi e lascia inattuata la legge "spazzacorrotti".


Quel provvedimento, fortemente voluto dai M5S durante il primo governo Conte e approvato all'epoca dalla maggioranza giall…

"Non può sottacersi la scarsa dotazione di risorse umane, strumentali ed economiche destinata alle numerose e complesse attività di controllo". Con questa formula burocratica, da più di due anni le istituzioni italiane rinunciano a vigilare sul finanziamento della politica. Mentre la telecamera nascosta di Fanpage dimostra come i candidati milanesi di Fdi ostentino una rete per incassare "il black", ossia il denaro contante, e "lavanderie" per gestire le sovvenzioni destinate a rimanere nascoste. Mentre dozzine di indagini penali continuano a indicare come una selva oscura di fondazioni, associazioni, circoli e onlus vengano usate per mimetizzare i soldi utilizzati per le campagne di leader nazionali e locali, il Parlamento preferisce chiudere gli occhi e lascia inattuata la legge "spazzacorrotti".


Quel provvedimento, fortemente voluto dai M5S durante il primo governo Conte e approvato all'epoca dalla maggioranza giallo-verde, ha introdotto una serie di misure draconiane. Partiti, liste elettorali d'ogni tipo e candidati ai Comuni sono stati obbligati a dichiarare online ogni contributo superiore a 500 euro. Non solo, gli è stato imposto di documentare pure tutte le spese e le prestazioni di lavoro dello stesso valore. E questo riguarda anche fondazioni e altre associazioni, di fatto equiparate alle vecchie correnti di partito.


L'obiettivo era ambizioso: una trasparenza totale nel finanziamento della politica. Perché le inchieste della magistratura hanno provato come la fine delle sovvenzioni pubbliche avesse aperto la strada a un fiume carsico di bustarelle: soldi che arrivavano ai protagonisti delle competizioni, nazionali o cittadine, attraverso lo schermo di sigle che non erano tenute a presentare rendiconti o bilanci. Non stiamo parlando di vicende secondarie, ma di quello che è emerso da scandali come Mafia Capitale, il Mose o gli appalti dell'Expo, solo per citare quelli già giudicati dai tribunali: c'era sempre una fondazione, magari creata nel passato con nobili finalità come quella intestata ad Alcide De Gasperi, o un'associazione o persino onlus nate per gli aiuti ai poveri del pianeta che invece servivano a mascherare i quattrini delle campagne elettorali.


La legge del 2019 ha affidato il compito di fare ordine su questo labirinto di entità e di vigilare su tutti i fondi per la politica a un organismo parlamentare: la "Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei partiti". Sapete quante persone la componevano? Sette. Cinque giudici, tutti part-time perché dovevano continuare a svolgere altri incarichi, e due segretarie. Non avevano neppure i computer e dovevano usare quelli degli uffici di provenienza. Dopo le proteste del primo presidente, sono stati rafforzati con sette funzionari in distacco da altre amministrazioni e hanno ricevuto qualche pc. Quattordici persone, di cui cinque con doppio lavoro, dovrebbero controllare quanto denaro arriva a ogni lista e movimento della Penisola, verificando ogni bonifico sopra i 500 euro. Una missione impossibile. Che infatti non viene svolta: la legge Spazzacorrotti resta inapplicata. Il presidente della Commissione ha messo nero su bianco che tutti i problemi segnalati ai vertici di Camera e Senato sono rimasti irrisolti. Non sono stati definiti i soggetti che vanno considerati "collegati a formazioni politiche": quali fondazioni, quali comitati, quali associazioni? Non sono stati realizzati accordi con Guardia di Finanza e Agenzia dell'Entrate, che hanno le banche dati e il personale per compiere le verifiche. E non c'è neppure uno scambio di informazioni con le altre istituzioni che si occupano di finanziamento elettorale, dal ministero degli Interni alle Corti d'Appello. Così ogni anno il presidente - il magistrato contabile Amedeo Federici - firma una relazione in cui ripete: "Non può sottacersi la scarsa dotazione di risorse umane, strumentali ed economiche destinata alle numerose e complesse attività di controllo". E il "black" continua a scorrere nelle tasche dei candidati, pagando cene elettorali e comizi, campagne online e manifesti: denaro anonimo, che sancisce in contanti accordi evidentemente inconfessabili.