L'università delle donne
di Elisabetta Camussi , di Elisabetta CamussiSettembre e ottobre, tempo di ripresa accademica. Di manuali, piattaforme ed articoli su come fare, da studenti, "la scelta giusta". Di test d'ingresso più o meno riusciti, di confronti tra i corsi di laurea che servono a trovare un lavoro e quelli che, invece, sembrano condannati all'estinzione (dei corsi, dei docenti, degli studenti stessi che osano pensarci). Di narrazioni "utilitaristiche" opposte a quelle culturali. I dati, sempre un faro nell'aiutarci a comprendere che la realtà non è solo quella che pare tale perché mi circonda, ci dicono che siamo penultimi in Europa per numero di laureati tra i 25 e i 34 anni e che le giovani donne, seppur più studiose dei loro coetanei, sono poche, se confrontate con le colleghe di altri Paesi, e si laureano soprattutto in ambiti che mal garantiscono l'ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro con un reddito adeguato.
Le ragazze, se possono, studiano e vogliono an…
Settembre e ottobre, tempo di ripresa accademica. Di manuali, piattaforme ed articoli su come fare, da studenti, "la scelta giusta". Di test d'ingresso più o meno riusciti, di confronti tra i corsi di laurea che servono a trovare un lavoro e quelli che, invece, sembrano condannati all'estinzione (dei corsi, dei docenti, degli studenti stessi che osano pensarci). Di narrazioni "utilitaristiche" opposte a quelle culturali. I dati, sempre un faro nell'aiutarci a comprendere che la realtà non è solo quella che pare tale perché mi circonda, ci dicono che siamo penultimi in Europa per numero di laureati tra i 25 e i 34 anni e che le giovani donne, seppur più studiose dei loro coetanei, sono poche, se confrontate con le colleghe di altri Paesi, e si laureano soprattutto in ambiti che mal garantiscono l'ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro con un reddito adeguato.
Le ragazze, se possono, studiano e vogliono andare all'università: lo dice la crescita costante della scolarizzazione nella storia italiana passata e recente, lo dicono, non ultime, le donne e le ragazze afghane contemporanee. Ma la domanda di fondo rimane: cosa studiano le donne all'università e, soprattutto, perché scelgono in prevalenza certi percorsi formativi e professionali e non altri? È interessante infatti notare quanta attenzione ci sia oggi nel chiedere alle ragazze di investire massicciamente nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), dopo i troppi decenni passati ad esaltare le loro capacità di relazione e cura, descritte quali naturali (ed esclusive) attitudini femminili. Si è trattato di aspettative sociali così ben veicolate che le donne, lo sappiamo, pur laureandosi più numerose, prima e meglio dei loro coetanei, hanno scelto sistematicamente ambiti formativi "al femminile". Anche ad ingegneria: basta confrontare la distribuzione per genere tra ingegneria meccanica e biomedica.
Sarebbe facile e scontato considerare tutto questo "prendersi cura" come conferma dell'esistenza, appunto, di una naturale propensione, tralasciando l'esperienza storica che ha riservato alle donne questo unico ambito di espressione, escludendole dallo spazio pubblico. Ma sarebbe ancora più fondamentale riflettere sul senso del chiedere alle giovani di votarsi alle Stem, soprattutto se tale richiesta, più che apparire come una liberazione da modelli stereotipati, rischia di essere l'ennesima prescrizione sociale.
Perché va benissimo, anzi è necessario realizzare davvero le pari opportunità a partire dal linguaggio, dai libri di testo, dalla formazione universitaria. E chiedere, dunque, che le donne siano, attraverso la formazione Stem, sempre più parte dei cambiamenti tecnologici, nel design di prodotti e servizi, nella raccolta dei big data, nella definizione degli algoritmi etc. Ma per farlo occorre avere storie e modelli al femminile in cui identificarsi: modelli che ancora non ci sono, e se ci sono hanno storie di riuscita "nonostante". Nonostante non ci siano i servizi, le infrastrutture sociali siano insufficienti, la società e il lavoro continuino a chiedere solo alle donne di conciliare famiglia e lavoro (senza poi permettere loro davvero di farlo), invece di favorire la condivisione dei carichi di cura tra i partner.
Chi aiuta infatti le ragazze (ma anche i ragazzi) a costruire una visione di sé nel futuro? In un futuro bello e possibile, ossia realizzabile. Quello delle vite normali, in cui trovano posto la soddisfazione personale, quella professionale e magari anche quella derivante dalla partecipazione sociale. Vite in cui le donne possano sentirsi efficacemente parte della società, e non perché qualcuno le ha paternalisticamente "incluse".
Ricordiamo infine che a queste stesse giovani donne chiediamo l'investimento in professioni ad alta qualificazione, spesso ancora pensate attraverso modelli organizzativi di "dedizione senza vincoli" (ormai poco interessanti anche al maschile), ed insieme auspichiamo, in modo diretto o indiretto, che pongano rimedio alla denatalità. Senza che nessuno - la scuola, il discorso pubblico, la politica - supporti davvero una progettualità individuale e collettiva in grado di evidenziare e superare le barriere oggettive (ad esempio il welfare che non c'è, l'estrazione socioeconomica), e quelle soggettive (i modelli famigliari, la tradizione, le aspettative), ponendovi sistematico rimedio. Le proposte (e le risorse) per farlo ci sono, proviamo insieme a realizzarle.
L’autrice è docente di Psicologia Sociale all’Università di Milano Bicocca