La scomparsa delle sindache
di Michela Marzano , di Michela MarzanoSono due giorni che si commentano i risultati delle ultime elezioni: calo della partecipazione, flusso dei voti, nuove alleanze; chi vince, chi perde, chi è stato spazzato via. Tutto interessante e tutto pertinente. Ma quand'è che ci si concentrerà anche sull'assenza imbarazzante delle donne? Dove sono finite? Com'è possibile che la politica resti ancora (e sempre) dominata dagli uomini e che, nonostante le nuove regole per costituire le liste elettorali e l'obbligo di rispettare la doppia preferenza di genere, le donne continuino a non essere altro che povere pedine sulla scacchiera maschile del potere?
Ho sempre pensato che ricorrere alle "quote rosa" non fosse la migliore soluzione per restituire visibilità alle donne. Ho detto e ripetuto più volte che le "discriminazioni positive" non erano lo strumento più adeguato per arrivare a un progressivo cambiamento delle mentalità. Ebbene, queste e…
Sono due giorni che si commentano i risultati delle ultime elezioni: calo della partecipazione, flusso dei voti, nuove alleanze; chi vince, chi perde, chi è stato spazzato via. Tutto interessante e tutto pertinente. Ma quand'è che ci si concentrerà anche sull'assenza imbarazzante delle donne? Dove sono finite? Com'è possibile che la politica resti ancora (e sempre) dominata dagli uomini e che, nonostante le nuove regole per costituire le liste elettorali e l'obbligo di rispettare la doppia preferenza di genere, le donne continuino a non essere altro che povere pedine sulla scacchiera maschile del potere?
Ho sempre pensato che ricorrere alle "quote rosa" non fosse la migliore soluzione per restituire visibilità alle donne. Ho detto e ripetuto più volte che le "discriminazioni positive" non erano lo strumento più adeguato per arrivare a un progressivo cambiamento delle mentalità. Ebbene, queste elezioni ne sono la prova: su 162 candidature per diventare sindaco o sindaca nelle 20 città capoluogo, solo 30 erano femminili; e ai prossimi ballottaggi, di donne, non ce ne sarà nemmeno una. Persino un partito (almeno sulla carta) inclusivo e aperto come il Pd, nelle principali città ha appoggiato solo uomini. Quanto alle donne presenti nelle liste per i Consigli comunali, si è trattato spesso di candidature di mera facciata. Una vale l'altra, quindi, quando la posta in gioco è minima. Quando invece il gioco si fa duro, i maschi cominciano a giocare.
Le donne non hanno bisogno di essere piazzate in una lista elettorale o in un consiglio di amministrazione solo perché "ce lo chiede la legge" o "ce l'impone l'Europa". Le donne hanno bisogno di essere viste, ascoltate, prese in considerazione, apprezzate. Ma affinché siano viste, ascoltate, prese in considerazione e apprezzate, dovremmo tutti collettivamente fare lo sforzo di uscire dal paternalismo che ancora oggi domina all'interno del mondo politico e culturale italiano, e permettere anche alle femmine di esprimere pienamente la propria soggettività. Per dirlo in maniera molto semplice: "Non sei tu che devi darmi qualcosa perché sono donna, ma sono io che devo poter agire indipendentemente dal mio essere donna". A volte anche indipendentemente dalle specifiche competenze, anche se, espresso così, può suonare strano. Ma quanti sono gli uomini incompetenti che si trovano ai vertici del potere? Quanti ce la fanno perché le donne si tirano indietro, magari perché non si sentono sufficientemente adeguate? Perché non capita quasi mai che un uomo non si senta all'altezza di un ruolo, mentre le donne non fanno altro che dubitare di loro stesse?
"Crederò nell'uguaglianza solo quando vedrò una donna incompetente occupare un posto di responsabilità", disse un giorno Françoise Giroud, famosa in Francia per essere stata la prima donna a occupare il posto di ministra delle Pari Opportunità. E non si trattava di una semplice battuta, ma di un modo leggero per dire una grande verità. Visto che ancora oggi, talvolta, si invocano le competenze per spiegare l'assenza delle donne dalla scena pubblica, nonostante l'incompetenza plateale dei colleghi maschi. Le classi dirigenti non si rinnovano. Le poche donne che emergono lo fanno più in virtù della propria fedeltà al capo, che grazie alla propria autonomia e indipendenza. Come si fa d'altronde a mostrarsi indipendenti quando l'autonomia femminile, dai leader, viene spesso vista con sospetto e interpretata come una forma di inaffidabilità? È culturale il cambiamento di cui c'è bisogno oggi in Italia. Finché non ci sarà quello - cosa possibile solo attraverso un nuovo paradigma educativo - è inutile lamentarsi dell'invisibilità femminile. Sarà sempre troppo tardi. E inutile.