Draghi e Mattarella avranno letto Kojève? Rovesciamo la domanda con cui Bernard-Henri Lévy, idealtipo del filosofo francese engagé, apre l'articolo apparso su queste colonne, dedicato a spiegare perché alla Francia serve l'Italia: "Macron avrà letto Kojève?". Perché evocare quel genio enigmatico e manipolatore, nipote di Vasilij Kandinskij, francesizzato transfuga d'una agiata famiglia moscovita - la madre lo lasciò partire incontro al mondo solo dopo avergli riempito le mutande di diamanti - che tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento soggiogò i maestri della filosofia transalpina e si installò nello Stato profondo della Grande Nation per esortarla all'impero?
Perché la cifra del trattato bilaterale che l'Italia sta per firmare con la Francia, elevando le nostre relazioni con i "cugini" a un grado inedito, è in un manoscritto di Kojève del 27 agost…
Draghi e Mattarella avranno letto Kojève? Rovesciamo la domanda con cui Bernard-Henri Lévy, idealtipo del filosofo francese engagé, apre l'articolo apparso su queste colonne, dedicato a spiegare perché alla Francia serve l'Italia: "Macron avrà letto Kojève?". Perché evocare quel genio enigmatico e manipolatore, nipote di Vasilij Kandinskij, francesizzato transfuga d'una agiata famiglia moscovita - la madre lo lasciò partire incontro al mondo solo dopo avergli riempito le mutande di diamanti - che tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento soggiogò i maestri della filosofia transalpina e si installò nello Stato profondo della Grande Nation per esortarla all'impero?
Perché la cifra del trattato bilaterale che l'Italia sta per firmare con la Francia, elevando le nostre relazioni con i "cugini" a un grado inedito, è in un manoscritto di Kojève del 27 agosto 1945. Noto come L'impero latino, portato al dibattito francese da Lévy nel 1991 e pubblicato per la prima volta integralmente da Limes (n. 4/2021) a cura di Marco Filoni, questo testo pensato per il generale de Gaulle esplicita l'idea fissa della geopolitica francese da quando il 18 gennaio 1871 la Germania si battezzò impero nella Galleria degli Specchi di Versailles: bilanciare l'influenza tedesca in Europa centro-orientale associando a Parigi le "sorelle latine", Italia e Spagna in testa. Non a caso convocate nell'Unione monetaria latina del 1865, svuotata dal rifiuto di Berlino.
Latino sta anzitutto per mediterraneo. La Francia continua a pensarsi proiettata via mare nostrum verso l'Africa, serbatoio di memorie coloniali, intrecci d'affari e influenza geopolitica, risorse minerarie, oltre che spazio d'influenza linguistica, per Parigi altrettanto importante della bomba atomica. Spiega Macron: "L'epicentro del francese non è a sinistra o a destra della Senna, ma senza dubbio nel bacino del fiume Congo". Uno sguardo alla carta geografica svela l'Italia connettore perfetto tra Francia ed Africa. Basterebbe il mediterraneismo a giustificare l'interesse francese per lo Stivale. E la diffidenza tedesca per le vaghe ipotesi di unioni mediterranee, mantra di ogni inquilino dell'Eliseo, Macron incluso.
Ma latino sta anche a significare l'intangibile quanto decisivo fattore umano. Quel sentimento in cui affondano le radici lunghe delle nazioni. E gli apparentamenti su cui si formano gli imperi, specie se informali. Comunanze impalpabili ma profonde, dalla civiltà romana alla passione del bello, dalla cultura d'impronta cattolica al culto del tempo libero (la più scarsa fra le risorse scarse di questo secolo), che distinguono la mentalità latina. E che contribuiscono ad alimentare l'idea di "Nuovo Impero Europeo" illustrata dal ministro dell'Economia Bruno Le Maire, per "non finire in pasto" ad americani e cinesi. Velleità? Molto probabile. Fatti che indirizzano la traiettoria francese nel lungo periodo? Sicuro.
Su questo sfondo, che cosa potrebbe rappresentare per noi il "trattato del Quirinale" (definizione non apprezzata al Quirinale) i cui dettagli le diplomazie d'Italia e Francia stanno faticosamente definendo? Prima di tutto un esercizio di responsabilità, di cultura dello Stato: non puoi sederti faccia a faccia con una potenza vera, sia pure in grave crisi, senza sapere quel che vuoi - specialità in cui siamo campioni del mondo (motivo per cui adoriamo il "multilateralismo", ottimo per mimetizzarsi). Occasione per cominciare a ricostruire quel minimo di Stato senza cui è impossibile reggere il confronto nel pianeta senza regole, dove ognuno pensa a sé stesso - quando riesce a pensare -. Poi per strutturare con un Paese per noi indispensabile una relazione utile a forgiare compromessi sui numerosi dossier che ci dividono, a cominciare da quelli mediterranei e africani, per tacere dell'industria e delle tecnologie. E per concepire progetti dal fiato lungo nelle dimensioni che contano, dove l'asimmetria tra Francia e Italia è palese.
Infine, l'occasione per esibirsi uniti al negoziato del 2022 sull'interpretazione del Patto di stabilità. Roma e Parigi sono allineate contro le ipotesi di regressione all'austerità che serpeggiano a Berlino e fra i nordici. Abbiamo però spiegato ai "parenti" francesi, in violazione dello spirito di Kojève, che la nostra intesa non può escludere il rapporto privilegiato con la Germania, garante del debito italiano. È sul triangolo Roma-Parigi-Berlino che poggia la scapigliata famiglia euroccidentale. O non poggia, e allora nemmeno Kojève ci salverà.