Il tempo è invisibile, tal quale l'aria che gonfia i polmoni. O forse non esiste, come diceva Sant'Agostino e come ci ha poi mostrato Einstein. Eppure scandisce la nostra esistenza, quella privata non meno della vita pubblica. C'è una differenza tra queste due dimensioni? C'è un'interferenza dell'una sull'altra? La vicenda che tocca il Quirinale, nonché i suoi due ultimi inquilini, ne offre una rappresentazione.
Giorgio Napolitano, in primo luogo. Fu eletto presidente nel 2006, rieletto nel 2013, quando la durata settennale della carica - per la prima e unica volta nella storia repubblicana - venne raddoppiata in capo alla medesima persona. Lui non voleva, non se l'aspettava. Nei giorni precedenti aveva già trasferito le sue cose a palazzo Giustiniani, dove gli ex presidenti hanno il proprio ufficio. Poi i veti incrociati, lo stallo nelle votazioni, i 101 franchi tiratori che avevano affossato la candidatura di Roman…
Il tempo è invisibile, tal quale l'aria che gonfia i polmoni. O forse non esiste, come diceva Sant'Agostino e come ci ha poi mostrato Einstein. Eppure scandisce la nostra esistenza, quella privata non meno della vita pubblica. C'è una differenza tra queste due dimensioni? C'è un'interferenza dell'una sull'altra? La vicenda che tocca il Quirinale, nonché i suoi due ultimi inquilini, ne offre una rappresentazione.
Giorgio Napolitano, in primo luogo. Fu eletto presidente nel 2006, rieletto nel 2013, quando la durata settennale della carica - per la prima e unica volta nella storia repubblicana - venne raddoppiata in capo alla medesima persona. Lui non voleva, non se l'aspettava. Nei giorni precedenti aveva già trasferito le sue cose a palazzo Giustiniani, dove gli ex presidenti hanno il proprio ufficio. Poi i veti incrociati, lo stallo nelle votazioni, i 101 franchi tiratori che avevano affossato la candidatura di Romano Prodi, lo costrinsero ad accettare l'appello corale dei partiti. Ma nel 2015, alla vigilia dei suoi novant'anni, Napolitano si dimise. La vecchiaia asciuga le forze, reclama le proprie ragioni. Sicché, in quella circostanza, il tempo privato ha prevalso sul tempo pubblico, cancellando gli ultimi cinque anni del mandato presidenziale.
Sergio Mattarella, in secondo luogo. La sua popolarità fra gli italiani ha ben pochi precedenti, forse eguagliata soltanto da Pertini. L'equilibrio con cui gestisce i suoi poteri gli ha fatto guadagnare il gradimento di un po' tutti i partiti, che oltretutto non sanno che pesci prendere circa la successione. Da qui il desiderio di rieleggerlo, di confermare lo status quo, anche perché la permanenza dell'attuale presidente garantirebbe la prosecuzione della legislatura e del governo Draghi. D'altronde Mattarella ha dieci anni di meno rispetto all'età di Napolitano, quando rassegnò le dimissioni. Ma lui invece no, non ne vuole sapere. Per rispetto delle scadenze costituzionali, per non dilatare oltre misura la sua carica, perché in democrazia - diceva già Aristotele - si governa e si viene governati a turno. Dunque in questo caso il tempo pubblico prevale sul tempo privato, individuale.
E c'è poi la politica, anzi i politici di professione, come li definì Max Weber. Il loro scopo è l'occupazione del potere, sia pure in nome di nobili ideali, veri o falsi che siano; e chi ce l'ha in pugno vorrebbe stringerlo in eterno. Sarebbe però una maledizione, la fonte d'ogni abuso. Ecco perché nell'antica Grecia la polis rinnovava ogni anno la propria classe dirigente. Ed ecco perché la Costituzione e le leggi pongono limiti temporali all'esercizio del potere. Non più di due mandati consecutivi per i governatori regionali o per i sindaci dei Comuni con oltre 3 mila abitanti, per esempio; divieto d'immediata rielezione per i membri del Csm e delle authority, per fare un altro esempio; così come per vari organismi regolati da norme regionali.
Tuttavia qualunque norma si può eludere, aggirare, o al limite cambiare. E la politica è sempre stata insofferente rispetto all'orologio delle istituzioni. Non a caso Formigoni guidò la Lombardia per quasi un ventennio (1995-2013), collezionando quattro mandati ininterrotti da presidente regionale; mentre adesso Zaia, in Veneto, è al suo terzo mandato. Effetto d'interpretazioni bizantine, che hanno negato la retroattività della nuova disciplina. La nuovissima disciplina, viceversa, non si presta a malintesi. È quella annunciata in Campania da De Luca: tre mandati da governatore, 15 anni di fila. È la riforma che il Senato s'appresta a licenziare: tre mandati anche per i sindaci, nei Comuni dove non vige il doppio turno. È insomma la privatizzazione del tempo pubblico, a dispetto di principi secolari.
Del resto anche nella democrazia ateniese la regola faceva spazio all'eccezione: Pericle governò trent'anni, con 15 strategie consecutive dal 443 al 429 a.C. E del resto nemmeno la Costituzione italiana s'oppone all'eventualità che uno stesso presidente del Consiglio governi per vent'anni, quanto Mussolini; basta che dopo ogni elezione il Parlamento gli rinnovi la fiducia. Così come non s'oppone alla rielezione a vita del capo dello Stato, trasformandolo in un Re. Da qui la conclusione: il rispetto del tempo pubblico dipende dalla responsabilità degli individui, dalla rinunzia al loro tempo privato.