Non vanno fatti paragoni impropri, ma l'assalto di ieri alla sede nazionale della Cgil da parte di No Vax di nero vestiti ricorda simbolicamente gli anni più bui della nostra storia. Ora c'è il rischio che sul lavoro, proprio mentre l'economia dà segnali di ripresa dopo la recessione del Covid, si consumi uno scontro radicale. Inquietante. Non è esattamente quello di cui il Paese aveva bisogno.
Ci preparavamo al progressivo ritorno alla normalità anche nelle fabbriche e negli uffici, ci ritroviamo in una cupa atmosfera da anni Settanta. L'infiltrazione neofascista in tutto ciò che si muove nella politica e nella società è un tratto nuovo e insieme antico, complice la sottovalutazione (interessata da parte di alcuni settori della destra parlamentare) del fenomeno. Cambiano i contesti ma non gli obiettivi degli squadristi. Ora sembra toccare - di nuovo - al lavoro, alle sue rappresentanze sociali, ai luoghi del lav…
Non vanno fatti paragoni impropri, ma l'assalto di ieri alla sede nazionale della Cgil da parte di No Vax di nero vestiti ricorda simbolicamente gli anni più bui della nostra storia. Ora c'è il rischio che sul lavoro, proprio mentre l'economia dà segnali di ripresa dopo la recessione del Covid, si consumi uno scontro radicale. Inquietante. Non è esattamente quello di cui il Paese aveva bisogno.
Ci preparavamo al progressivo ritorno alla normalità anche nelle fabbriche e negli uffici, ci ritroviamo in una cupa atmosfera da anni Settanta. L'infiltrazione neofascista in tutto ciò che si muove nella politica e nella società è un tratto nuovo e insieme antico, complice la sottovalutazione (interessata da parte di alcuni settori della destra parlamentare) del fenomeno. Cambiano i contesti ma non gli obiettivi degli squadristi. Ora sembra toccare - di nuovo - al lavoro, alle sue rappresentanze sociali, ai luoghi del lavoro, alle sedi della partecipazione e dell'inclusione. Nei sindacati ci sono tutti: i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, le donne, i giovani, gli immigrati. Sono, con tutte le loro magagne, un pezzo importante della nostra vita democratica. Negli anni bui vennero aboliti.
Tutto nasce dall'obbligatorietà del Green Pass dal 15 ottobre per entrare nei posti di lavoro. Poteva essere una capillare operazione di solidarietà e partecipazione civile, rischia di trasformarsi in un grande caos. Ma questo non giustifica minimamente la violenza di ieri. Il Green Pass obbligatorio è la misura drastica che ha scelto il governo (i sindacati, peraltro, non erano d'accordo) per evitare in qualsiasi modo di dover richiudere le aziende, bloccare la produzione, compromettere la ripresa dell'economia, far saltare posti di lavoro. Nessun altro Paese europeo ha imboccato questa strada. Ma tra il principio sacrosanto di salvaguardare al massimo la salute nei luoghi di lavoro e la sua applicazione concreta c'è di mezzo la complessità delle aziende. Che non sono tutte uguali.
Ci sono imprese grandi, piccole, medie; ci sono le fabbriche, gli uffici privati e quelli della pubblica amministrazione; ci sono i fornitori e i manutentori che entrano ed escono dai diversi clienti nell'arco di una stessa giornata; ci sono produzioni a ciclo continuo che impongono i turni con orari diversificati, anche notturni; ci sono le ditte artigianali e via dicendo. E nemmeno tutti i lavoratori sono uguali: ci sono, a seconda delle attività, profili professionali indispensabili, cruciali nel processo produttivo. Ma se questi dovessero presentarsi in azienda senza Green Pass cosa farà il datore di lavoro? Rinuncerà a quel lavoratore mettendo a rischio la produzione? Non dappertutto, dunque, le operazioni di controllo - se si applicheranno rigidamente le norme - potranno rappresentare una banale routine.
Perché quei quattro milioni circa di lavoratori non vaccinati resteranno probabilmente tali anche nei prossimi mesi. Molti fanno parte dello zoccolo duro dei No Vax (perlopiù pacifici), pronti a imbarcarsi nella tortuosa navigata di due o tre tamponi alla settimana ma non a piegarsi (finché la legge lo consentirà loro) alla doppia dose vaccinale.
Da qui nasce il potenziale caos con ripercussioni pressoché scontate nei luoghi di lavoro dove la convivenza tra vaccinati e non vaccinati potrebbe degenerare in tensioni se non addirittura in conflitti.
A spingere per l'obbligatorietà del Green Pass per entrare nel proprio posto di lavoro è stata soprattutto la Confindustria di Carlo Bonomi. Le altre associazioni imprenditoriali non hanno condiviso questa linea. La Confapi (che rappresenta le piccole imprese) - per esempio - era (ed è) per l'obbligo vaccinale. Ma ora i problemi stanno entrando nelle aziende, da qui l'allarme dei governatori del Nord a cominciare da quello del Veneto Luca Zaia. E questo sancisce per molti aspetti una crisi di rappresentatività dell'associazione di Viale dell'Astronomia. Valeva la pena schierarsi a favore dell'obbligo del Green Pass quando le difficoltà ricadranno proprio sulle aziende? L'impressione è quella di una scelta politica (ideologica?) anziché squisitamente di lobby. E da lobby la Confindustria dovrà ora chiedere al governo di semplificarle l'applicazione delle norme. Certo, in questa vicenda del Green Pass per accedere al lavoro non hanno aiutato le posizioni assai bizantine delle confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil: no al Green Pass ma sì all'obbligatorietà del vaccino, sì ai tamponi purché a carico delle imprese, non alle sanzioni per non discriminare i non vaccinati. Difficile orientarsi in questa somma di distinguo.
Su un punto, tuttavia, i sindacati hanno sempre avuto ragione: sul fatto che, grazie ai protocolli sulla sicurezza sottoscritti con gli imprenditori (Confindustria compresa) nel momento più cupo della pandemia, i luoghi di lavoro non si sono trasformati in focolai di diffusione del virus. Ma ora non si può più tornare indietro. Piuttosto andrebbe fatto un passo avanti e decidere per l'obbligatorietà dei vaccini per evitare che le complicazioni del Green Pass finiscano per aggiustarsi solo un po' alla volta e non completamente, chiudendo troppi occhi, senza garantire del tutto la sicurezza. Anche sfidando i neo fascisti di ieri. Spetta al governo decidere. Ma non può farlo perché la Lega di Salvini non è d'accordo. Appunto.