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Elezioni e astensionismo, il paradosso del non voto

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Se ad andare alle urne è una minoranza di elettori, questi ultimi decidono per tutti, mentre i più non hanno voce. Come scongiurarlo?
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Al ballottaggio balleranno in pochi, anche meno di quanti hanno votato al primo turno. Succede sempre così, quando il tuo candidato viene espulso dalla gara e ti tocca scegliere l'uno o l'altro dei suoi vecchi rivali. Le motivazioni scemano, l'urna elettorale s'allontana. Ma il guaio è che quell'urna non è stata mai così lontana, per gli italiani chiamati a frequentarla.


Le ultime amministrative hanno segnato un record: 54,69% di votanti, l'affluenza più bassa di sempre. Tuttavia raggiungeva un picco negativo pure il dato precedente, alle Comunali del 2017, con il 60% dei votanti. Giacché ormai ogni elezione battezza il record d'astenuti, ogni record viene sopravanzato nell'elezione successiva. Mentre nelle grandi città - Roma, Napoli, Milano, Torino - il popolo del non voto è già maggioranza assoluta, così come nelle suppletive di Siena, dove Enrico Letta ha guadagnato il seggio co…

Al ballottaggio balleranno in pochi, anche meno di quanti hanno votato al primo turno. Succede sempre così, quando il tuo candidato viene espulso dalla gara e ti tocca scegliere l'uno o l'altro dei suoi vecchi rivali. Le motivazioni scemano, l'urna elettorale s'allontana. Ma il guaio è che quell'urna non è stata mai così lontana, per gli italiani chiamati a frequentarla.


Le ultime amministrative hanno segnato un record: 54,69% di votanti, l'affluenza più bassa di sempre. Tuttavia raggiungeva un picco negativo pure il dato precedente, alle Comunali del 2017, con il 60% dei votanti. Giacché ormai ogni elezione battezza il record d'astenuti, ogni record viene sopravanzato nell'elezione successiva. Mentre nelle grandi città - Roma, Napoli, Milano, Torino - il popolo del non voto è già maggioranza assoluta, così come nelle suppletive di Siena, dove Enrico Letta ha guadagnato il seggio con la partecipazione d'un elettore su tre.


Da qui stanche lamentazioni, che in genere durano lo spazio d'un mattino. Ma da qui, inoltre, un paradosso, che investe l'essenza stessa della democrazia. Perché la democrazia s'incarna in una regola: è la maggioranza che decide. Invece se a votare è una minoranza d'elettori, questi ultimi decidono per tutti, mentre i più non hanno voce. Né possono appellarsi alla mancanza del numero legale, che rende viceversa invalide le deliberazioni del Parlamento e delle assemblee locali, se non vi partecipa la metà più uno dei loro componenti. Al contrario, ogni elezione è sempre valida, anche se alle urne si presenta solo la zia del candidato. È il "paradosso dell'uno determinante", dell'unico elettore che decide in solitudine il colore dei governi. Come scongiurarlo?


In astratto, le leve sono due: il bastone o la carota. Il primo fu in uso nell'Italia degli anni Cinquanta, quando l'astensionista doveva giustificarsi personalmente con il sindaco, e per sovrapprezzo si beccava una nota di demerito nel certificato di buona condotta. Oggi l'obbligatorietà del voto viene praticata in una ventina di Paesi, talora attraverso una multa (20 dollari in Australia), talora con penalità amministrative (in Brasile chi non vota per più di tre volte non può concorrere per un posto pubblico, né rinnovare il passaporto). Maniere spicce, che offendono la libertà degli elettori.


E allora l'alternativa è stimolarli con premi e cotillon. Fra le esperienze più remote, lo Statuto di Kansas City, che esentava i votanti dal pagamento di un tributo; ma nel 1896 la Corte suprema del Missouri lo dichiarò illegittimo, e ne aveva tutte le ragioni.


Però non è vero, non è del tutto vero, che l'astensionismo ci lasci disarmati. In primo luogo, possiamo semplificare la vita agli elettori, usando le risorse della tecnologia. Ne è prova il successo della firma digitale applicata ai referendum: 1,2 milioni di sottoscrizioni per l'eutanasia, un terzo delle quali online; 600 mila firme in pochi giorni per la cannabis. Mentre le Linee guida del ministero dell'Interno, adottate il 25 maggio scorso, avviano la sperimentazione del voto elettronico anche per le elezioni politiche. Da qui, in prospettiva, la possibilità di frazionare il proprio voto, anziché concentrarlo su un unico partito. La tecnologia consentirebbe infatti di distribuirlo fra più liste (per esempio: 60% a una e 40% all'altra), scegliendo, insieme al partito, l'alleanza di governo. E motivando quindi gli elettori, giacché il loro voto diverrebbe più influente.


Rimane però, in secondo luogo, l'esigenza di computare gli astenuti, senza espellerli dal circuito democratico. Come? Rapportando il numero dei seggi a quello dei votanti. Succedeva in Germania, nel 1919, quando si guadagnava un seggio ogni 60 mila voti validi, sicché il numero dei parlamentari era variabile come il tempo in primavera. Dunque: pochi votanti, pochi seggi, e magari poche competenze. Sarebbe paradossale, per esempio, che un Parlamento espresso da una minoranza d'elettori metta mano alla Costituzione. Tuttavia, di questo passo, prima o poi accadrà.