Sciopero della cittadinanza
di Carlo Galli , di Carlo GalliLe società si dividono nella normalità, secondo linee economiche, culturali, ideali, politiche; ma si uniscono nelle emergenze, nelle difficoltà. Nelle situazioni d'eccezione, infine, si dissolvono. Il Covid è stato, ed ancora è, un'emergenza, che ha coinvolto e minacciato gravemente le vite dei singoli e la produzione sociale di ricchezza
Un'emergenza che ha prodotto la temporanea unione della società intorno all'obiettivo di affrontare e vincere la pandemia. Un obiettivo politico: le vite e le condizioni di salute dei singoli sono state investite di un significato nuovo, collettivo (come previsto, peraltro, dalla Costituzione, appunto in casi d'emergenza). Se non altro per evitare il collasso delle strutture sanitarie, e in prospettiva dell'economia, è stato necessario che lo Stato intervenisse dapprima con provvedimenti "spaziali", agendo cioè sui confini e sui confinamenti (i lockdown), e poi…
Le società si dividono nella normalità, secondo linee economiche, culturali, ideali, politiche; ma si uniscono nelle emergenze, nelle difficoltà. Nelle situazioni d'eccezione, infine, si dissolvono. Il Covid è stato, ed ancora è, un'emergenza, che ha coinvolto e minacciato gravemente le vite dei singoli e la produzione sociale di ricchezza
Un'emergenza che ha prodotto la temporanea unione della società intorno all'obiettivo di affrontare e vincere la pandemia. Un obiettivo politico: le vite e le condizioni di salute dei singoli sono state investite di un significato nuovo, collettivo (come previsto, peraltro, dalla Costituzione, appunto in casi d'emergenza). Se non altro per evitare il collasso delle strutture sanitarie, e in prospettiva dell'economia, è stato necessario che lo Stato intervenisse dapprima con provvedimenti "spaziali", agendo cioè sui confini e sui confinamenti (i lockdown), e poi con strategie mirate di immunizzazione dei singoli. Non c'è stato l'obbligo vaccinale - del tutto legittimo e largamente praticato nel passato e nel presente in età infantile - perché di fatto onerosissimo; c'è stata invece la sollecitazione vaccinale, di cui è parte il Green Pass.
Questo è una misura di limitazione della libertà individuale volta a spingere i singoli alla vaccinazione, che dovrebbe evitare una peggiore restrizione, cioè nuove chiusure che impediscano infezioni in forma grave. È una misura ovviamente temporanea, legata all'emergenza, e destinata a scomparire insieme a questa. Una misura che in sé non prefigura importanti mutamenti della qualità del controllo sociale - del resto pervasivo ben prima del Covid: da sempre il potere politico, anche il più liberale e democratico, investe, in caso di necessità, le vite dei singoli - e che, al più, ne segna un transitorio incremento quantitativo.
Perché quindi la ribellione di questi giorni all'estensione dell'uso del Green Pass, dopo che il nostro Paese ha sopportato tutto sommato più che decorosamente la durezza di ben altre misure? Perché, ancora più radicalmente, una importante frazione della cittadinanza non accetta la vaccinazione, la teme e vi vede uno strumento di oppressione? Fra le molte risposte, alcune superficiali e offensive, che sono state date, non si è sottolineato abbastanza che al fondo di questa ondata di disobbedienza (all'obbligo del Green Pass) e di rifiuto (della sollecitazione vaccinale che gli è implicita) c'è la delegittimazione della sfera pubblica, ovvero la sfiducia dei singoli tanto verso lo Stato quanto verso ogni istituzione sociale portatrice di autorità (ad esempio, di autorità scientifica).
È in realtà una sfiducia verso tutto e verso tutti che fa il paio, pur senza coincidervi, con l'astensionismo elettorale: è uno sciopero della cittadinanza, un collasso del legame sociale e della lealtà politica verso le istituzioni, che va preso sul serio per almeno due motivi. In primo luogo, perché è il segno di una ferita nella carne della nazione che può facilmente essere infettata, lo si è visto, da tutti gli agenti patogeni (in senso politico) che sono in circolazione.
In secondo luogo perché si tratta di una involuzione e non di una evoluzione della nostra vita civile. Non siamo davanti al ritorno del conflitto politico dopo anni di conformismo. In quella che sembra una manifestazione (eccessiva) di attività politica c'è in realtà la passività e la disperazione del cattivo individualismo, c'è la solitudine spaventata e reattiva di chi si sente in un vicolo cieco e non sa più che cosa fare se non sfogare una rabbia sterile in una battaglia priva di strategia e di obiettivi, in una ribellione inconcludente.
I partiti, soprattutto quelli che si dicono portatori delle esigenze di cambiamento politico e sociale, fanno malissimo ad assecondare queste pulsioni di piazza, strumentalmente alla ricerca di voti che probabilmente non verranno. Quello di cui questo Paese ha bisogno - e a cui una politica dignitosa dovrebbe sforzarsi di contribuire, se ne fosse in grado - è alzare lo sguardo oltre il presente più immediato, e cercare l'apertura d'orizzonte che viene dopo la fine dell'emergenza. E, anziché procedere in una ribellione improduttiva, impegnarsi per fini sociali e politici che possono essere perseguiti - oltre che attraverso la negoziazione dentro le istituzioni - anche con il conflitto, legittimo e fisiologico in una democrazia che non voglia lacerarsi e deperire sul sì o il no a un vaccino o a un lasciapassare. C'è molto altro da pensare e da fare.