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La forza del vaccino

(agf)

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Il Green Pass diventa un modello europeo
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C’è una frase che il commissario europeo al lavoro, il lussemburghese socialista Nicolas Schmit, pronuncia da giorni parlando del Green Pass e in particolare della disciplina adottata in Italia: «Non si può dire che il Green Pass sia un attentato al lavoro o ai lavoratori. L’attentato viene dal Covid». Una considerazione tanto semplice quanto efficace. Il nemico non può essere un certificato, ma è il virus che si può trasmettere da lavoratore a lavoratore. Da operaio a operaio. Da impiegato a impiegato. 

Quando, giustamente, i sindacati e il Paese si indignano per le “morti bianche”, lo fanno sulla base di un presupposto: la sicurezza sul lavoro non è stata garantita. Quelle tutele sono uno dei segni che distinguono una democrazia e la civiltà di una società. E allora perché un eventuale decesso causato dal coronavirus contratto nell’esercizio delle proprie att…

C’è una frase che il commissario europeo al lavoro, il lussemburghese socialista Nicolas Schmit, pronuncia da giorni parlando del Green Pass e in particolare della disciplina adottata in Italia: «Non si può dire che il Green Pass sia un attentato al lavoro o ai lavoratori. L’attentato viene dal Covid». Una considerazione tanto semplice quanto efficace. Il nemico non può essere un certificato, ma è il virus che si può trasmettere da lavoratore a lavoratore. Da operaio a operaio. Da impiegato a impiegato. 

Quando, giustamente, i sindacati e il Paese si indignano per le “morti bianche”, lo fanno sulla base di un presupposto: la sicurezza sul lavoro non è stata garantita. Quelle tutele sono uno dei segni che distinguono una democrazia e la civiltà di una società. E allora perché un eventuale decesso causato dal coronavirus contratto nell’esercizio delle proprie attività professionali non dovrebbe suscitare la medesima indignazione? Chi ieri ha manifestato dovrebbe ricordarsi che ogni anno, dentro i confini dell’Ue, — come rivelano le fredde ma impressionanti statistiche di Eurostat — oltre tremila persone perdono la vita sul posto di lavoro. E molti di questi sul territorio italiano. 

Eccolo, allora, il paradosso italiano. Tutto racchiuso nella giornata di ieri. Una esigua minoranza si è tuffata nel mare indistinto della demagogia e della ignoranza nel tentativo di trasformare una ordinaria giornata di lavoro in un venerdì nero. In discussione, ovviamente, non c’è e non ci potrebbe essere in nessun caso il diritto di manifestare. Quello, fortunatamente, nessuno può contestarlo. Almeno in Italia. Mentre le nazioni con le percentuali più basse di vaccinazioni, sono anche quelle che più si sono distinte per il mancato rispetto di questi diritti. E non a caso ieri la Protezione civile europea è dovuta intervenire in Romania proprio per aiutare una popolazione martirizzata dal Covid e, guarda caso, con una protezione vaccinale a dir poco esigua.

Il nucleo più profondo del paradosso italiano, invece, risiede nelle ragioni che hanno mosso chi non accetta di usare il Green Pass. O meglio: non nelle ragioni, ma nelle emozioni. Nelle speculazioni. Nell’arroganza di sapere ciò che non si sa. Nel rifiuto della scienza. Nell’inconsapevolezza di quello che sarebbe potuto accadere se tutti avessero mantenuto questo sconcertante atteggiamento. Al di là dell’effetto provocato da questo movimento “novaxista” — alla fine i disagi sono stati piuttosto limitati e il Paese non è stato affatto bloccato — che si sostanzia in una nuova miscela di populismo e sovranismo, c’è un elemento che prende forma proprio nelle considerazioni del commissario europeo Schmit: l’Italia in questa fase si è liberata di una parte — almeno di una parte — dei pregiudizi che spesso l’accompagnano in Europa.

Il nostro Paese, anche grazie alla risposta data alla pandemia, ha offerto di sé un’immagine diversa. Apprezzata. Quattro giorni fa l’autorevole quotidiano tedesco, Die Welt, scriveva:  «Il grande ritorno dell’Italia. Mario Draghi ha guidato con successo l’Italia fuori dalla pandemia e ha aiutato l’economia a riprendersi più di quanto sperato». E ieri il New York Times puntava l’attenzione proprio sull’obbligo di Green Pass per tutta la forza lavoro: «La posizione più audace» in Europa e «una delle linee più dure del mondo occidentale». Per poi concludere: «Ha alzato l’asticella per le democrazie occidentali che vogliono superare la pandemia». Nella consapevolezza che l’unico strumento per battere davvero la pandemia è il «vaccino».

Una valutazione che ci fa uscire dal cono d’ombra del Paese perennemente in balia di una elasticità illegale delle regole, costantemente versato nel compromesso che mina l’essenza della norma. Certo, spesso e soprattutto nell’Unione europea, molti dei pregiudizi che pesano sulle nostre spalle sono ingiustificati e frutto di luoghi comuni. Altri, però, sono stati legittimati da alcuni dei nostri comportamenti, anche del recente passato. 

L’Italia in questa fase è quindi riuscita a costruirsi una reputazione “europea”. Come testimonia la recente visita di Angela Merkel a Roma e come ha sottolineato la presidente del Congresso americano, Nancy Pelosi, nel suo incontro a Palazzo Chigi della scorsa settimana. E come ha certificato il mese scorso una ricerca di Eurobarometro che piazzava i cittadini italiani nella parte altissima della classifica comunitaria sulla disponibilità a vaccinarsi e a usare proprio il Green Pass. 

Probabilmente per questi stessi motivi, ieri il premier italiano ha evitato di sottolineare l’insuccesso dei No Vax e dei No Green Pass. Palazzo Chigi punta a confermare il profilo di “forza tranquilla dell’Europa”. Soprattutto vuole dimostrare che non ha bisogno e non intende sfruttare l’affermazione come avrebbe fatto un presidente del consiglio espressione di un partito. Il fatturato “politico” non rientra nel bilancio di questo esecutivo. Il saldo è semmai la “normalità europea”. Una normalità, sottolineata da un portavoce della Commissione in riferimento agli atti violenza registrati in Italia: «L’Ue condanna sempre l’uso della violenza, in ogni circostanza, specialmente nelle manifestazioni».

L’Italia e questo governo, poi, hanno una responsabilità in più. Per sanare le ferite che il virus ci ha inferto negli ultimi due anni, l’Ue ha stanziato quasi duecento miliardi di euro. Il Recovery Fund è stato sostanzialmente approvato per salvare il nostro Paese. Per la prima volta è stato istituito un debito comune. Nessun italiano può permettersi di ignorarlo. Nessuno può dimenticare o far correre il rischio a tutti gli altri di ricadere nello stesso baratro.