Ci vorrà almeno un anno prima che un giudice torni a pronunciarsi sulla possibilità di celebrare il dibattimento per l’uccisione di Giulio Regeni. Eppure nessun esponente di governo o leader di partito ha sentito l’esigenza di prendere posizione sull’azzeramento del processo: un silenzio difficile da comprendere, che costituisce un segnale preoccupante.
Il rispetto del diritto è la forza di una democrazia, ma diventa spesso un limite quando una democrazia si trova a confrontarsi con un regime che non riconosce gli stessi principi. In questi casi, le democrazie possono trasformare i loro valori in forza solo attraverso una linea politica coerente e incisiva, senza ambiguità. Quello che in questi sei anni si è visto raramente, ma che ora diventa indispensabile per raggiungere verità e giustizia sulla morte del giovane ricercatore italiano.
L’ordinanza della Terza Corte d’Assise di Roma rischia di vanificare …
Ci vorrà almeno un anno prima che un giudice torni a pronunciarsi sulla possibilità di celebrare il dibattimento per l’uccisione di Giulio Regeni. Eppure nessun esponente di governo o leader di partito ha sentito l’esigenza di prendere posizione sull’azzeramento del processo: un silenzio difficile da comprendere, che costituisce un segnale preoccupante.
Il rispetto del diritto è la forza di una democrazia, ma diventa spesso un limite quando una democrazia si trova a confrontarsi con un regime che non riconosce gli stessi principi. In questi casi, le democrazie possono trasformare i loro valori in forza solo attraverso una linea politica coerente e incisiva, senza ambiguità. Quello che in questi sei anni si è visto raramente, ma che ora diventa indispensabile per raggiungere verità e giustizia sulla morte del giovane ricercatore italiano.
L’ordinanza della Terza Corte d’Assise di Roma rischia di vanificare i risultati delle indagini che hanno portato a identificare i funzionari dell’intelligence egiziana accusati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. L’effetto delle valutazioni giuridiche mortifica non solo il dolore della famiglia ma anche la mobilitazione di tutti gli italiani che si sono schierati al suo fianco. Per impedire che questa decisione sia l’inizio di una lenta agonia processuale adesso è necessario affrontare una partita diplomatica e giudiziaria molto complessa.
Finora infatti le autorità egiziane hanno fatto muro contro le rogatorie italiane. E dopo l’ennesimo tentativo di chiedere la loro collaborazione per notificare formalmente le contestazioni agli imputati, tutti membri degli apparati di sicurezza che sono i pilastri del potere di Al Sisi, il magistrato si ritroverà al punto di partenza. Se anche riuscisse a formulare in modo più convincente e robusto gli elementi sulla consapevolezza delle accuse, dopo l’ordinanza della Corte d’Assise l’assenza di una notifica formale continuerà a essere una mina sotto le fondamenta del processo, pronta a venire innescata in tutti e tre i gradi previsti dal nostro ordinamento, senza escludere un quarto ricorso davanti alle corti europee che già in passato si sono pronunciate con chiarezza in merito. Lo scenario quindi si presenta come incerto, tale da rendere precario il percorso verso una sentenza definitiva per gli aguzzini di Giulio.
L’unico modo per dare una speranza di giustizia alla famiglia, di rispondere a quella domanda di verità che continua a essere ribadita dai poster gialli che da sei anni presidiano le piazze d’Italia, passa dall’azione del governo. Con la scelta di costituirsi parte civile contro i presunti assassini, Palazzo Chigi ha dimostrato di volere farsene carico. Nelle motivazioni di questa iniziativa infatti c’è scritto: “Le violenze e la commissione dell’omicidio per motivi del tutto ingiustificati dimostrano la messa in atto di condotte dirette ad annientare la dignità dell’uomo e quindi della collettività che la presidenza del Consiglio, quale organo di sintesi politica dello Stato-comunità, ha il compito di tutelare, promuovere e rafforzare”. Ora si tratta di tradurre l’impegno del governo sul fronte diplomatico, spingendo il Cairo ad accettare il processo.
Negli ultimi sei anni la realpolitik dei nostri premier e ministri è stata percepita dall’Egitto come un segnale di debolezza: la disponibilità a fare passare in secondo piano la morte di Giulio Regeni rispetto ai contratti commerciali e agli interessi del momento, a partire dalla richiesta di sostegno italiano nel controllo dell’immigrazione clandestina e nelle vicende libiche. Questa linea però ha portato risultati minimi su tutti i fronti. Nel frattempo la presidenza Al Sisi ha spinto il suo Paese a sentirsi una vera potenza mediterranea: è uscito dall’isolamento in cui l’amministrazione Obama e i contrasti con i sauditi lo avevano relegato. E, grazie al contributo dell’Eni nello sfruttamento dei giacimenti di gas, ha risolto molti dei problemi economici varando programmi di investimento colossali: sta persino inaugurando una città appena costruita nel deserto, destinata a diventare la nuova capitale.
Nei giorni dell’omicidio Regeni l’Egitto era nell’angolo e il presidente era circondato dai complotti interni, condotti dagli apparati che hanno ordinato l’uccisione del ragazzo italiano. Oggi Al Sisi si mostra come un grande leader regionale, sostenuto dai Paesi arabi più ricchi, appoggiato dagli Usa e alleato con la Francia di Macron. Convincerlo a collaborare sarà un’impresa dura. Mario Draghi però è uno statista all’altezza della sfida, con una credibilità internazionale riconosciuta. Che può far pesare nelle trattative dirette con il Cairo e nel costruire un consenso europeo intorno a questa istanza che incarna i valori dell’Unione: l’unica strada in grado di infrangere l’ostruzionismo egiziano.