Dove porta la crisi di Forza Italia
di Stefano Folli , di Stefano FolliDopo la giornata di ieri si può dire che l’“anno zero” della destra resta esattamente e con coerenza a zero. Anzi, la situazione è persino peggiorata perché si è aperta una faglia all’interno di Forza Italia. Sulle proposte e le idee da indicare agli elettori? Niente affatto: su una tipica questione di palazzo, quasi incomprensibile al normale cittadino eppure ricca di significato nei giochi di potere: l’elezione del nuovo capogruppo alla Camera, con la sconfitta dell’ala centrista opposta alla fazione più vicina a Salvini.
Fazione che gode in questo momento dell’appoggio di Berlusconi, deciso a garantire l’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia in vista delle manovre per il Quirinale. Ne deriva che il centrodestra va avanti — almeno per ora — come se domenica non fosse successo niente. Continua a essere la sommatoria di tre partiti di cui uno, Forza Italia, sembra allo sbando. In real…
Dopo la giornata di ieri si può dire che l’“anno zero” della destra resta esattamente e con coerenza a zero. Anzi, la situazione è persino peggiorata perché si è aperta una faglia all’interno di Forza Italia. Sulle proposte e le idee da indicare agli elettori? Niente affatto: su una tipica questione di palazzo, quasi incomprensibile al normale cittadino eppure ricca di significato nei giochi di potere: l’elezione del nuovo capogruppo alla Camera, con la sconfitta dell’ala centrista opposta alla fazione più vicina a Salvini.
Fazione che gode in questo momento dell’appoggio di Berlusconi, deciso a garantire l’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia in vista delle manovre per il Quirinale. Ne deriva che il centrodestra va avanti — almeno per ora — come se domenica non fosse successo niente. Continua a essere la sommatoria di tre partiti di cui uno, Forza Italia, sembra allo sbando. In realtà Berlusconi vuole sentirsi parte del gioco quirinalesco. Non è dato sapere fino a che punto creda davvero di poter essere eletto. Probabilmente finge, mentre il suo obiettivo reale consiste nel sedersi tra i “grandi elettori”.
Come ha detto Salvini: «saremo determinanti». Ambizione legittima ma complicata. La sconfitta dei centristi — sarebbe meglio dire dei paladini di Draghi — coinvolge nomi storici della lunga stagione berlusconiana: i ministri Gelmini, Brunetta, Carfagna; e circa un terzo del gruppo alla Camera. Non è ancora una scissione, certo, ma questo nucleo guarderà anch’esso al Quirinale con l’idea di non farsi imporre da Berlusconi, prigioniero dei “sovranisti”, il nome da votare. In fondo non hanno obbedito per il profilo del capogruppo, perché dovrebbero piegarsi davanti a una posta ben più alta, a maggior ragione se protetti dal voto segreto?
È presto per dire dove porterà questo smottamento, tuttavia si delinea una novità. Finora si era detto che nessuno schieramento, a sinistra e a destra, disponeva da solo dei voti necessari per eleggere il presidente. Adesso però, in un Parlamento balcanizzato, potrebbe prendere forma un arcipelago eterogeneo, non dichiarato alla luce del sole, in grado di concorrere in modo decisivo all’elezione: Renzi, Calenda, Toti, Brugnaro, +Europa e gli ex berlusconiani già citati.
Non una nuova formazione, bensì il prodotto di un generale logoramento, per cui tanti deputati e senatori vivono con terrore la possibilità di tornare a casa con un anno di anticipo. Consapevoli che non rivedranno mai più la Roma politica. Peraltro la seduta congiunta per votare il capo dello Stato è sempre stata il regno dei franchi tiratori. E la pretesa di governare l’aula attraverso la leadership dei capi partito si è rivelata illusoria anche quando il sistema era più solido.
Ovvio che la destra rischia di restare tagliata fuori, soprattutto se il raggruppamento di cui si è detto troverà un’intesa con il Pd, la cui capacità manovriera, quando si tratta di Quirinale, è di solito superiore. Il pericolo di un conflitto estenuante resta comunque elevato, drammatico per un Paese proteso verso la ripresa economica.
Con Draghi a Palazzo Chigi — e sappiamo quanto siano insistenti le voci internazionali che gli chiedono di proseguire nel suo lavoro — la logica suggerisce un accordo generale e preliminare. L’ipotesi di un nuovo mandato a Mattarella, oggi esclusa da tutti, in primo luogo dall’interessato, garantirebbe di non scoperchiare il vaso di Pandora, permettendo la fine della legislatura nel 2023.