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Il razzismo come programma

Éric Zemmour (reuters)
La Francia di Éric Zemmour 
3 minuti di lettura

Non sono solo gli immigrati magrebini e africani a essere preoccupati per il fenomeno Zemmour in Francia. Anche la classe politica è inquieta: il fatto che i sondaggi lo vedano per il momento proiettato verso il ballottaggio delle elezioni presidenziali, con il 15 per cento delle intenzioni di voto, è stato un fulmine a ciel sereno in una Francia che sta appena uscendo dalla crisi sanitaria. Zemmour ha eclissato Marine Le Pen e si è imposto nello spazio politico.

Raramente questo Paese ha conosciuto un tale livello di mediocrità, di bassezza e di arroganza. Questo polemista ha salvato la catena televisiva controllata da Bolloré, la CNews, portandola a dei livelli di audience che non aveva mai conosciuto. Per deontologia professionale, ha sospeso la sua rubrica televisiva quotidiana, dove esponeva per un’ora le sue idee.

Qual è il suo programma? Non ne ha. Ma ha idee precise su quello che farebbe se fosse eletto presidente. Per il momen…

Non sono solo gli immigrati magrebini e africani a essere preoccupati per il fenomeno Zemmour in Francia. Anche la classe politica è inquieta: il fatto che i sondaggi lo vedano per il momento proiettato verso il ballottaggio delle elezioni presidenziali, con il 15 per cento delle intenzioni di voto, è stato un fulmine a ciel sereno in una Francia che sta appena uscendo dalla crisi sanitaria. Zemmour ha eclissato Marine Le Pen e si è imposto nello spazio politico.

Raramente questo Paese ha conosciuto un tale livello di mediocrità, di bassezza e di arroganza. Questo polemista ha salvato la catena televisiva controllata da Bolloré, la CNews, portandola a dei livelli di audience che non aveva mai conosciuto. Per deontologia professionale, ha sospeso la sua rubrica televisiva quotidiana, dove esponeva per un’ora le sue idee.

Qual è il suo programma? Non ne ha. Ma ha idee precise su quello che farebbe se fosse eletto presidente. Per il momento non è candidato. Approfitta della pubblicazione del suo libro La France n’a pas dit son dernier mot (La Francia non ha detto la sua ultima parola) per portare avanti una campagna non ufficiale. Quest’ultimo libro se lo è pubblicato da solo perché il suo editore, Albin Michel, ha deciso di non pubblicare più le sue opere.

Le sue idee sono semplici. Fortemente influenzato da Trump, Éric Zemmour non esita a lanciare appelli all’odio razziale, cosa che gli ha procurato diverse condanne.

Prima di fare delle proposte, parte con una constatazione della situazione di una Francia «in pieno declino», dove regna l’insicurezza e i malfattori non vengono puniti. Questi malfattori lui sa chi sono e li addita: arabi e neri. Ecco quello che dice: «Ma perché ti controllano diciassette volte se sei arabo o nero? Perché la maggior parte dei trafficanti sono neri e arabi: è così, è un dato di fatto».

Quando gli parlano delle discriminazioni che subiscono queste categorie di persone, dice che «i datori di lavoro hanno il diritto di rifiutare un arabo o un nero», mentre è vietato dalla legge.

Ma della legge lui se ne infischia. Persevera nel suo odio verso gli immigrati e soprattutto verso i loro figli, che incolpa di tutti i mali: «I minorenni non accompagnati, come il resto degli immigrati, non hanno nulla da fare qui: sono ladri, assassini, stupratori, non sono nient’altro che questo».

L’altra ossessione di Zemmour è l’islam. Dice che negli anni 30 «il nazismo veniva paragonato all’islam». Per cominciare, non fa la minima differenza fra la religione musulmana e l’islamismo, deriva ideologica dei terroristi. Per lui è l’islam che è violento. E aggiunge: «Tutti i musulmani, che ve lo dicano oppure no, considerano i jihadisti dei buoni musulmani».

Nessuna sfumatura, nessun approfondimento. Sono le cose che ama sentire una parte non trascurabile della società francese, che trovava che il Rassemblement national, il partito di Marine Le Pen, non fosse abbastanza duro, non fosse abbastanza forte, non fosse abbastanza razzista.

Per Zemmour, «ogni donna col velo è una moschea ambulante». È per questo che vorrebbe vietare i nomi arabi in Francia: «Un francese non avrà il diritto di chiamare suo figlio Mohammed». Misogino («il potere è una faccenda da uomini»), omofobo, islamofobo, razzista, quest’uomo affascina e attira tante persone. I suoi discorsi corrispondono alle attese di una parte di quelli che pensano che tutto il male venga dall’immigrazione, legale o clandestina, che i criminali siano tutti immigrati, che la Francia se la passerebbe molto meglio se «tutte queste persone venissero rispedite a casa loro». Peraltro, i figli di immigrati con cui se la prendono non sono immigrati, sono nati in Francia e pertanto sono francesi. Zemmour rifiuta di accettare questa realtà e prosegue nel suo astio contro gli stranieri. La sua teoria è quella della «sostituzione», perché dice che «è in corso una colonizzazione da parte degli stranieri». La Francia perderebbe la sua anima, la sua identità. 

Il presidente Macron ascolta i discorsi di Zemmour. Non li condivide, ma farà qualche concessione in campagna elettorale per attirare i voti dei suoi seguaci. Per esempio, la decisione che ha preso Parigi di accordare meno visti ai viaggiatori che vengono dal Maghreb (il 50 per cento in meno rispetto all’anno scorso) è una risposta inconfessata ai discorsi di Zemmour sull’«invasione» degli stranieri. 

Anche il fatto che il presidente francese abbia indurito i toni nei confronti della giunta militare che governa l’Algeria è un segnale che si ricollega a quello che racconta Zemmour su quel Paese: «Quando il generale Bugeaud arrivò in Algeria, cominciò col massacrare i musulmani, e anche una parte degli ebrei. Ebbene, oggi io sono dalla parte del generale Bugeaud. È questo essere francesi».

Éric Zemmour è abbastanza colto, anche se è stato bocciato due volte all’esame di ingresso all’Ena (la Scuola nazionale di amministrazione), ma non esita a ricorrere a scorciatoie che sono autentiche menzogne. Esagera le cose per mettere paura ai francesi, accrescendo un’inquietudine che già esiste tra la popolazione. Vuole farsi passare come l’uomo che «dice a voce alta quello che tanti francesi pensano senza osare dirlo». Anche se per farlo distorce la Storia, per esempio quando afferma che il maresciallo Pétain avrebbe «protetto gli ebrei» durante l’occupazione tedesca, dimenticando che fu il suo primo ministro, Laval, a organizzare, il 16 e il 17 luglio 1942, la retata di 13.152 ebrei di origine straniera, di cui 4.115 bambini: tutti consegnati ai nazisti, che li spedirono tutti nelle camere a gas.

(Traduzione di Fabio Galimberti)