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Se la Polonia rischia tutto

Mateusz Morawiecki e Ursula von der Leyen
Mateusz Morawiecki e Ursula von der Leyen (ansa)

Lo scontro tra Polonia e Unione Europea

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Al suo ultimo vertice europeo Angela Merkel indossa per l'ennesima volta il casco da pompiere. Questa volta l'incendio da spegnere, o quantomeno da sopire, riguarda la Polonia e il suo tentativo di sovvertire l'ordine giuridico europeo con la pretesa che le leggi polacche prevalgano su quelle della Ue. Compito improbo, perché il premier polacco Morawiecki, per puro spregio della più elementare sintassi democratica, ha messo se stesso e il suo governo in un angolo da cui sarà difficile uscire.
Ora tutti chiedono sanzioni contro i sovranisti divenuti, come era forse inevitabile, eversori dell'Unione e dei suoi valori fondamentali. La stessa presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha parlato di blocco dei finanziamenti europei, di congelamento dei 38 miliardi destinati a Varsavia dal Recovery Fund e di esecuzione dell'articolo 7 dei Trattati, che prevede addirittura la sospensione del diritto di voto della Polonia nelle riunioni dei ministri Ue. Il Parlamento europeo sprona la Commissione a varare ritorsioni immediate. Molti governi vogliono arrivare alla resa dei conti dopo anni di guerriglia sovranista e forse vedrebbero con favore un'uscita della Polonia dalla Ue, che ad alcuni osservatori appare inevitabile.


Angela Merkel, come sempre, cerca di gettare acqua sul fuoco e chiede di mantenere aperto il dialogo con Varsavia. Non ha tutti i torti, visto che i polacchi, in gran maggioranza filo-europei, finirebbero per pagare a caro prezzo la deviazione autoritaria del loro governo. Ma la soluzione di compromesso più facile e più percorribile rischia di essere una toppa che non copre nulla, e che in realtà conferma l'incompatibilità del regime polacco con i valori europei.
Anche ieri, a Bruxelles, Morawiecki ha confermato che non ha alcuna intenzione di portare la Polonia fuori dalla Ue. Lo ha detto con toni bellicosi, affermando che non cederà "ai ricatti" e denunciando "lo strapotere di Bruxelles". Ma la sostanza è che la maggioranza politica polacca, guidata dal partito iper-reazionario di Jaros?aw Kaczy?ski, davvero non ha mai voluto uscire dall'Europa. Ha troppo bisogno dei finanziamenti che arrivano da Bruxelles e sa che la stragrande maggioranza degli elettori non appoggerebbe una "Polexit", contrariamente a quanto hanno fatto gli inglesi con la Brexit.


Il problema è che Morawiecki e Kaczy?ski, in totale disprezzo delle regole democratiche, hanno pensato di usare la Corte costituzionale polacca, che controllano perché ne nominano i magistrati, come uno dei tanti strumenti a disposizione per punzecchiare Bruxelles. È stato il governo di Varsavia, dopo le ripetute condanne della Corte europea di giustizia, a sottoporre ai propri giudici costituzionali il quesito sulla supremazia del diritto europeo. E ha ottenuto, come desiderava, un responso che proclama la superiorità delle leggi polacche su quelle della Ue.
E qui si apre il divario insanabile tra la Polonia e l'Europa. Per Morawiecki, infatti, la sentenza dei giudici costituzionali polacchi è un puro strumento negoziale. Poiché la Corte è al suo servizio, sa di poter disattendere il suo dettato se e quando gli dovesse convenire. E già ieri ha dato una sua stravagante interpretazione dicendo che il verdetto non è in contraddizione coi Trattati Ue.


Per il governo polacco, insomma, le sentenze di giudici addomesticati non valgono nulla e vanno piegate alle convenienze della politica. Ma per il resto d'Europa la sacralità del diritto, e la sua indipendenza dal potere politico, restano un cardine fondamentale dell'ordinamento democratico. Le sentenze di una Corte costituzionale, per quanto discutibili, non sono carta straccia, né cambiali in bianco delegate al potere politico e alle sue convenienze.
Questo rende difficile, se non impossibile, sanare la rottura tra Varsavia e il resto della Ue. Se infatti, come pensa Morawiecki e come forse si augura Merkel, per superare la crisi le parti in conflitto decidessero di ignorare la sentenza della Corte costituzionale polacca e di "continuare il dialogo", riconoscerebbero implicitamente che il massimo organo giudiziario di uno Stato membro non ha alcun potere perché non ha alcuna indipendenza dal governo che lo controlla. Ma in questo caso la natura autoritaria e antidemocratica del regime polacco diventerebbe evidente. E l'incompatibilità della permanenza di questa Polonia nella Ue sarebbe conclamata al di là di ogni ragionevole dubbio.

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