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Primi passi falsi sulla via del Colle

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In un passaggio cruciale come quello che stiamo vivendo bisognerebbe scegliere il capo dello Stato con uno spirito quasi unitario. Ma i fatti dicono che la strada del grande accordo preventivo è già preclusa
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Nonostante le solite smentite, la lunga contesa per eleggere a metà gennaio il presidente della Repubblica è già cominciata. Era prevedibile che si partisse con il piede sbagliato, come è accaduto non sempre ma spesso in passato. Eppure sarebbe il momento di evitare le sfide stile Ok Corral. Il Paese è convalescente nel post-pandemia, deve gestire un Pnrr da cui dipende una porzione significativa di futuro e non a caso si è dato un governo di semi-unità nazionale per essere all'altezza del compito. Logica vorrebbe che in un passaggio cruciale come quello che stiamo vivendo, si scegliesse il capo dello Stato nello stesso spirito quasi unitario in base al quale è nato l'esecutivo guidato da Draghi. Ossia con un accordo preliminare il più largo possibile che eviti lo spettacolo delle lacerazioni parlamentari: anche perché non è immaginabile che la coalizione su cui si regge il governo vada in pezzi sul p…

Nonostante le solite smentite, la lunga contesa per eleggere a metà gennaio il presidente della Repubblica è già cominciata. Era prevedibile che si partisse con il piede sbagliato, come è accaduto non sempre ma spesso in passato. Eppure sarebbe il momento di evitare le sfide stile Ok Corral. Il Paese è convalescente nel post-pandemia, deve gestire un Pnrr da cui dipende una porzione significativa di futuro e non a caso si è dato un governo di semi-unità nazionale per essere all'altezza del compito. Logica vorrebbe che in un passaggio cruciale come quello che stiamo vivendo, si scegliesse il capo dello Stato nello stesso spirito quasi unitario in base al quale è nato l'esecutivo guidato da Draghi. Ossia con un accordo preliminare il più largo possibile che eviti lo spettacolo delle lacerazioni parlamentari: anche perché non è immaginabile che la coalizione su cui si regge il governo vada in pezzi sul presidente della Repubblica senza inevitabili ricadute destinate a travolgere il ministero.


I fatti dicono che la via del grande accordo preventivo è già preclusa. L'auto candidatura di Berlusconi, raccolta con una certa dose di ipocrisia da Salvini e Giorgia Meloni, dimostra che almeno nelle prime due o tre votazioni il centrodestra farà blocco sul nome dell'anziano fondatore di Forza Italia. Quasi nessuno che non sia in malafede pensa che Berlusconi sarà mai presidente della Repubblica, forse non lo crede nemmeno l'interessato: intanto però il nome è in campo e preclude l'intesa larga. Dalla quarta votazione sarà sufficiente, come è noto, il 50 per cento più uno, il che renderà ancora più improbabile un voto trasversale. Il caso di Carlo Azeglio Ciampi resta sullo sfondo, esempio virtuoso di presidente votato in modo quasi corale: ma è un esempio che pochi sembrano aver voglia di seguire nel 2022.


Caso Berlusconi a parte, anche il centrosinistra ci mette del suo per ingarbugliare le carte. Lo dimostra la colazione tra Enrico Letta e Conte da cui è emerso, attraverso indiscrezioni di stampa, che si sarebbe fatto il nome di Gentiloni subito respinto dal capo dei 5S. Non il modo più razionale per avviare una strategia: si avverte anzi l'eco di vecchie manovre volte a "bruciare" questo o quel candidato inviso a un partito o a una corrente. Siamo lontani da gennaio e nulla di definitivo è ancora successo, tuttavia qualcuno si è messo su una brutta china. A differenza di qualche decennio fa, quando i partiti erano solidi e radicati, oggi le forze politiche sono pressoché dissolte, sostituite da gruppi di pressione o cartelli elettorali. Tutto diventa più difficile e i rischi aumentano. Le stesse tensioni crescenti che si avvertono su Palazzo Chigi sono in parte effetto della partita che si gioca sul Quirinale.


È appena il caso di ricordare ancora una volta che due nomi si stagliano sugli altri, per prestigio personale e servizio al Paese. Uno è l'attuale presidente Mattarella, l'altro è il premier Draghi. È un binomio che ha creato l'attuale equilibrio istituzionale e spezzarlo introduce un'incognita aggiuntiva. Autorevoli soggetti internazionali, governi e centri economici, chiedono che Draghi prosegua il suo lavoro fino al 2023 (se possibile anche oltre, in forme certo da individuare). Il sottinteso è che al Quirinale resti Mattarella per i motivi appena detti. La ritrosia della persona è nota, ma possono prodursi delle condizioni eccezionali. La priorità è evitare che le fragilità del Paese prendano il sopravvento.