La staffetta verde
di Luca Bergamaschi , di Luca BergamaschiDomani si aprirà a Roma il vertice G20 che avrà la crisi climatica come principale tema da affrontare. L’incontro assume un rilievo ancora più importante perchè si svolge alla vigilia della Cop26 di Glasgow. Un successo di Roma garantirebbe un forte mandato per spingere l’asticella delle ambizioni di Glasgow più in alto possibile. Segnali timidi segnerebbero una partenza in salita e un clima di sfiducia. Occorre però anche ricordare che il contesto multilaterale delle Nazioni Unite è molto diverso da quello “a porte chiuse” del G20. In quella sede è più difficile sottrarsi alle proprie responsabilità e alle pressioni degli attori globali: non solo di tutti i Paesi Onu ma anche attori sub-nazionali (Stati, regioni e città) e non statali (società civile, investitori e imprese). La Cop è poi uno spazio geopolitico più “neutro” per presentare nuovi impegni,…
Domani si aprirà a Roma il vertice G20 che avrà la crisi climatica come principale tema da affrontare. L’incontro assume un rilievo ancora più importante perchè si svolge alla vigilia della Cop26 di Glasgow. Un successo di Roma garantirebbe un forte mandato per spingere l’asticella delle ambizioni di Glasgow più in alto possibile. Segnali timidi segnerebbero una partenza in salita e un clima di sfiducia. Occorre però anche ricordare che il contesto multilaterale delle Nazioni Unite è molto diverso da quello “a porte chiuse” del G20. In quella sede è più difficile sottrarsi alle proprie responsabilità e alle pressioni degli attori globali: non solo di tutti i Paesi Onu ma anche attori sub-nazionali (Stati, regioni e città) e non statali (società civile, investitori e imprese). La Cop è poi uno spazio geopolitico più “neutro” per presentare nuovi impegni, inquadrati meno come concessioni alle richieste di un certo Paese o blocco geopolitico e più come contributi agli obiettivi globali.
Il risultato di Roma rimane tutt’altro che scontato. Il presidente Draghi, che di fronte ai giovani a Milano ha dimostrato il suo impegno per un risultato ambizioso, dovrà guidare le discussioni in un quadro fortemente influenzato dalle delicate relazioni sino-americane, dalla crisi afghana, dall’accesso ai vaccini e da una debole ripresa economica globale amplificata dalla crisi dei prezzi dell’energia fossile.
Nonostante la grande mobilitazione di giovani, società civile, Paesi più vulnerabili e settore privato, la riduzione delle emissioni globali è ben lontana dall’obiettivo di 1,5 gradi. Gli attuali impegni dei governi spingerebbero il riscaldamento medio su una traiettoria di 2,7 gradi entro la fine del secolo. Mentre se i Paesi G20, responsabili per l’80% delle emissioni globali, allineassero i loro obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 su una traiettoria in linea con l’1,5 e le zero emissioni nette entro il 2050, l’aumento della temperatura globale si potrebbe contenere entro 1,7 gradi. In questo quadro, il nuovo piano nazionale di riduzione delle emissioni della Cina, presentato ieri, è deludente perché conferma l’obiettivo di picco delle emissioni prima del 2030, invece di portarlo al 2025. Con la dichiarazione G20 di Roma, e a seguire la Cop26, però, il leader cinese, di concerto con le altri grandi potenze, può dimostrare che è pronto a fare di più. Questo segnale di accelerazione segnerebbe un primo successo della diplomazia di Italia e Regno Unito.
La riunione ministeriale sul clima ed energia di Napoli del 23 luglio ha evidenziato la necessità di accelerare su una decisione definitiva sulla fine dei finanziamenti e dell’utilizzo del carbone e dei sussidi alle fonti fossili. Servono quindi grandi sforzi diplomatici e un’offerta politica credibile per costruire il consenso. Senza un impegno dei Paesi donatori sulla finanza a disposizione di quelli meno sviluppati e più legati al carbone sarà difficile trovare un accordo sulla transizione. Possibili nuovi impegni potrebbero includere ricapitalizzazione delle Banche multilaterali di sviluppo, maggior mobilitazione della finanza privata e ridistribuzione per il clima dei “Diritti speciali di prelievo” appena emessi dal Fmi (i Paesi G7 hanno ricevuto oltre 280 miliardi di dollari, di cui oltre 20 all’Italia). Inoltre, l’Italia deve ancora presentare un nuovo impegno di finanza per il clima che Draghi si è impegnato ad annunciare entro la Cop26. Impegnare almeno un miliardo di euro per il 2022 e presentare una “roadmap” per raggiungere la propria quota equa ben entro il 2025, stimata in almeno 4 miliardi di dollari l’anno rispetto ai 100 miliardi promessi dai Paesi donatori, rappresenterebbero segnali molto forti.
Non tutto dipenderà dall’Italia. Il forfait dei leader di Cina e Russia non aiuta. Mentre la presenza di Modi manderebbe un segnale forte sulla diversità del blocco dei Paesi emergenti e di una competizione virtuosa. Ma in definitiva i risultati sul clima saranno valutati meno dalle presenze fisiche e più dagli impegni concreti che i paesi prenderanno, o meno, a Roma, Glasgow e nelle rispettive capitali.
L’autore è co-fondatore e direttore di Ecco, il primo think tank italiano indipendente per il clima