Ho avuto recentemente l'occasione di cenare con dei miei cari amici di Trieste di origine argentina che mi hanno raccontato cosa è stata la dittatura militare nella seconda metà degli anni Settanta nel loro Paese. Si può riassumere efficacemente il macabro progetto dei militari con le parole del governatore della provincia di Buenos Aries, Iberico Manuel Saint-Jean: "Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi uccideremo i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi quelli che rimangono indifferenti, e infine uccideremo i timidi".
Nessuna pietà, dunque, per le voci fuori dal coro, per gli oppositori, per coloro che non condividevano la svolta autoritaria imposta dai militari. Qualsiasi cittadino e qualsiasi organizzazione potenzialmente dissidente nei confronti del nuovo regime era considerato un nemico pericoloso da sopprimere. Anche in quel regime - come in tutti i regimi dittatoriali - veniva imposta una tracciabilità dei movimenti individuali. Si trattava di un sistema finalizzato a rendere pervasiva la persecuzione degli antagonisti, dell'istituzione di un vero e proprio terrorismo di Stato.
Il generale Videla nel 1975 ebbe modo di affermare che "in Argentina dovranno morire tutte le persone che saranno necessarie per raggiungere la sicurezza del paese". Gli oppositori furono semplicemente soppressi con l'uso spietato della violenza. La tortura e l'omicidio politico erano all'ordine del giorno. I camion militari trascinavano in massa i dissidenti verso il loro drammatico destino. La tracciabilità era in quel caso al servizio dell'eliminazione fisica del dissenso; essa serviva a comporre "liste nere" che individuavano gli oppositori del regime che dovevano essere soppressi. La semplice idea di poter urlare "Libertà, libertà, libertà!" in una piazza o di esprimere il proprio giudizio critico in televisione era impensabile e sarebbe stata pagata al prezzo della vita.
Anche nel tempo della crisi provocata dalla pandemia abbiamo dovuto ricorrere alla tracciabilità dei nostri movimenti individuali. Ma questa tracciabilità non è al servizio della morte, come avviene in ogni dittatura, ma della vita. È così difficile capirlo? Eppure nel nostro Paese l'estrema destra e l'estrema sinistra si sono scatenate in una radicale critica alla gestione della pandemia e delle relative misure di prudenza e di sicurezza sanitaria (vaccinazione e Green Pass tra tutte) approvate dal nostro governo. Questa critica furiosa avviene nel nome della libertà.
Conosciamo il ritornello più raffinato: la gestione della pandemia ha aperto la strada a una virata repressiva delle nostre istituzioni che rischia di dare luogo a uno stato di emergenza permanente che finisce per giustificare una legislazione antidemocratica. Di fatto al grido di "Libertà! Libertà!" una estrema minoranza del nostro Paese denuncia la virata autoritaria dello Stato democratico minacciando la stragrande maggioranza.
Non è la prima volta che nella storia più recente dell'Occidente il carattere ideologicamente illiberale della sinistra estrema converga con quello della destra estrema. Il carattere paradossale di questa convergenza è dato dal fatto che nella protesta No Vax e No Green Pass si rivela una idea solo élitaria della libertà che vorrebbe escludere il vincolo, il legame sociale, la solidarietà. È il punto dove l'anarchismo e la vocazione totalitaria si intrecciano in modo inquietante. Non a caso è proprio la libertà ad essere un principio etico che nell'estrema destra e nell'estrema sinistra non trova alcun diritto di cittadinanza.
La violenza anarchica di pochi vorrebbe infatti dettare Legge alla maggioranza della popolazione. È una vecchia e terribile storia che nel Novecento ha attraversato egualmente fascismi e comunismi. La lettura della presenza di una dittatura sanitaria e politica che rischierebbe o, addirittura, avrebbe già stravolto l'assetto democratico del nostro Paese, è non a caso una lettura condivisa dall'estrema sinistra e dall'estrema destra. È lo stesso giudizio che esprimono autorevoli intellettuali che, pur evitando aristocraticamente di partecipare alle sommosse popolari, ne sono di fatto irresponsabilmente gli involontari maitres à penser.
Dall'elucubrazione filosofica allo scatenamento della rabbia nelle piazze il passo è più breve di quello che si possa immaginare. L'élitarismo del pensiero e i cortei che sfidano lo Stato non si accorgono che oggi la tracciabilità, diversamente da quella argentina, non è al servizio della dittatura ma della libertà, che il Green Pass non restringe la nostra vita ma è un mezzo fondamentale per recuperarla. Chi confonde le idee su questo punto fondamentale foraggia di fatto una protesta contro le istituzioni in un momento dove dovrebbe prevalere una solidarietà senza condizioni. Speriamo sia questo l'ultimo drammatico spasmo della tetra stagione del populismo.