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La Finanziaria di un Paese normale

(ansa)
La legge di Bilancio firmata Draghi
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Ma non è che l'Italia sta diventando per caso o per necessità un Paese normale? A sentire ieri sera la conferenza stampa di Mario Draghi e dei suoi ministri qualche sospetto poteva sorgere. Nessun proclama di aver sconfitto la povertà alla maniera dei 5 Stelle - e nemmeno un balcone per annunciare la lieta novella, a dire il vero - ma la secca constatazione che per quanto riguarda il Reddito di cittadinanza "è chiaro che il sistema precedente non ha funzionato" e che finora chi lo percepisce ha avuto "un incentivo ad accettare il lavoro in nero e non in bianco". Il fischio finale per Quota 100 - non esattamente un successo popolare: in circa due anni 11 miliardi di spesa pubblica e meno di 350 mila persone che ne hanno usufruito, costate oltre 30 mila euro a testa - che per la Lega sembrava la partita della vita. Al suo posto l'asciutta ma radicale informazione che "l'impegno del governo è tornare in pieno al cont…

Ma non è che l'Italia sta diventando per caso o per necessità un Paese normale? A sentire ieri sera la conferenza stampa di Mario Draghi e dei suoi ministri qualche sospetto poteva sorgere. Nessun proclama di aver sconfitto la povertà alla maniera dei 5 Stelle - e nemmeno un balcone per annunciare la lieta novella, a dire il vero - ma la secca constatazione che per quanto riguarda il Reddito di cittadinanza "è chiaro che il sistema precedente non ha funzionato" e che finora chi lo percepisce ha avuto "un incentivo ad accettare il lavoro in nero e non in bianco". Il fischio finale per Quota 100 - non esattamente un successo popolare: in circa due anni 11 miliardi di spesa pubblica e meno di 350 mila persone che ne hanno usufruito, costate oltre 30 mila euro a testa - che per la Lega sembrava la partita della vita. Al suo posto l'asciutta ma radicale informazione che "l'impegno del governo è tornare in pieno al contributivo", ossia al meccanismo in cui ciascuno riceve da pensionato quel che ha versato nella sua vita lavorativa. Sì al superbonus per il miglioramento energetico delle abitazioni, ma favorendo condomini e case popolari rispetto a ville e villette; stop al meccanismo del cashback, che favoriva chi poteva spendere di più. E poi un sistema di "riordino della spesa sociale con una riforma universalistica che vedrà tutti i lavoratori coperti" se dovessero perdere l'impiego e una promessa di taglio delle tasse che potrebbe far impallidire qualche ex premier che pure si presentavano in anni lontani "con il sole in tasca": "Dodici miliardi quest'anno e quasi quaranta miliardi nel triennio".


Parecchio economista nell'anima ("tecnicamente si tratta di un'imposta negativa al 100%", è il lapidario commento sul divieto di integrare il Reddito con un lavoro). Parecchio disponibile alla trattativa sui tagli alle tasse come sul percorso per le pensioni ("Non mi aspetto uno sciopero generale dei sindacati. Mi parrebbe comunque strano vista la disponibilità del governo a ragionare nelle prossime settimane"), non è dato sapere se per convinzione o necessità. Parecchio pragmatico, fino a ipotizzare una sorta di modello Ikea ("avere un formato standard per la costruzione delle scuole progettato da grandi architetti e che i Comuni potranno usare") nell'Italia dei cento campanili, ognuno ovviamente contento e convinto di essere diverso da quello vicino. Parecchio Draghi, insomma, nella manovra che ieri sera consegna all'Italia e - particolare non indifferente - all'Europa. Il tutto guidato da un principio che spiega lui stesso: "Crescita, equa e sostenibile, ma che sia crescita".


Ma al di là dei contenuti per molti versi innovativi e a una modalità comunicativa che continua a colpire proprio perché privilegia l'analisi ai toni trionfalistici, la manovra di Draghi va inserita in un quadro ben più ampio, in un panorama dove il vento che spira in Europa e in tutto il mondo può gonfiare anche le vele lacere della finanza pubblica italiana. Così, mentre il Patto di stabilità resta sospeso e l'austerità di qualche anno fa diventa parola tabù anche in Germania, mentre il costo del denaro rimane a livelli storicamente bassissimi - una decisione a cui Draghi non è estraneo - mentre dappertutto si moltiplicano gli stimoli straordinari per uscire da un'emergenza sanitaria, sociale ed economica altrettanto straordinaria, la scommessa può diventare appunto quella di stimolare la crescita anche con la spesa pubblica. A patto che questa spesa sia produttiva.


Una manovra che dà, quindi, dove però il modo e le quantità in cui verrà dato alle varie categorie - l'aspetto redistributivo - è ancora in buona parte da definire. Dei dodici miliardi di taglio delle tasse previsti per il 2022, otto sono ancora da decidere, lasciando indeterminato uno dei capitoli fondamentali. Necessità di evitare adesso gli scogli più aguzzi contro cui la manovra rischierebbe di schiantarsi o sincero desiderio di confrontarsi con il Parlamento? Il premier propende per la seconda risposta, ma ipotizzare che il confronto sia anche una soluzione per evitare incidenti di percorso è tutt'altro che sbagliato. L'Europa chiede di diminuire le tasse che appesantiscono il costo del lavoro, il Parlamento punta a ridurre l'Irpef per i redditi medi, la soluzione andrà trovata. Così come qualche negoziato servirà sulle pensioni e al più presto andrà affrontato il tema di un lavoro troppo spesso precario e malpagato: per chi oggi ha trent'anni e stipendi bassi o discontinui il sistema previdenziale contributivo evocato dal premier è una promessa di povertà cronica.


Se il giudizio sulla manovra è positivo, è impossibile non notare che tutto quanto viene deciso avviene nel silenzio - o al limite con qualche debole contestazione - di alcuni partiti che formano la strana e straordinaria maggioranza di governo. Ieri la presenza in conferenza stampa assieme a Draghi di un ministro assolutamente tecnico come Daniele Franco e di un esponente del Pd come Andrea Orlando aveva di sicuro una ragione sostanziale - loro i ministeri intereressati - ma poteva apparire anche come una rappresentazione simbolica degli equilibri nelle scelte. È un equilibrio precario che ovviamente non potrà durare per sempre: si può scommettere sul fatto che un ritorno alle elezioni solo nel 2023 consenta all'Italia di imboccare un percorso virtuoso di crescita che appena qualche mese fa sembrava fuori dalla sua portata. O si può sperare che in ogni caso qualcosa del "metodo Draghi" e del suo bagno di realismo e di decisioni ponderate resti anche dopo di lui. Magari avendo l'accortezza di chiudere a chiave la portafinestra che dà sul balcone.