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Le sfide del G20, non basta una foto in posa

Il premier Mario Draghi con il presidente Usa Joe Biden (ansa)

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Il G20 di Roma, il primo in presenza da due anni a questa parte, non può permettersi di essere soltanto l'occasione per una "photo opportunity", una bella foto di gruppo di leader sorridenti, ma inconcludenti alla prova dei fatti, come è accaduto troppo spesso in passato. Lo sa bene Mario Draghi, che ha fatto sentire nei lavori preparatori tutto il peso del suo grande prestigio internazionale, ieri riconosciuto, dopo il bilaterale, dal presidente americano, che ha definito l'Italia un "esempio di democrazia".

Lo sa altrettanto bene lo stesso Biden, unico "superpotente" venuto nella capitale, sicuramente rinfrancato, dopo il mezzo insuccesso domestico del suo piano di budget da 350 miliardi di dollari, dalla benedizione papale sulla possibilità di ricevere la comunione contro quei vescovi americani che lo considerano troppo tiepido sull'aborto.

Le assenze dei presidenti delle altre due superpotenze, il cinese Xi Jinping e…

Il G20 di Roma, il primo in presenza da due anni a questa parte, non può permettersi di essere soltanto l'occasione per una "photo opportunity", una bella foto di gruppo di leader sorridenti, ma inconcludenti alla prova dei fatti, come è accaduto troppo spesso in passato. Lo sa bene Mario Draghi, che ha fatto sentire nei lavori preparatori tutto il peso del suo grande prestigio internazionale, ieri riconosciuto, dopo il bilaterale, dal presidente americano, che ha definito l'Italia un "esempio di democrazia".

Lo sa altrettanto bene lo stesso Biden, unico "superpotente" venuto nella capitale, sicuramente rinfrancato, dopo il mezzo insuccesso domestico del suo piano di budget da 350 miliardi di dollari, dalla benedizione papale sulla possibilità di ricevere la comunione contro quei vescovi americani che lo considerano troppo tiepido sull'aborto.

Le assenze dei presidenti delle altre due superpotenze, il cinese Xi Jinping e il russo Vladimir Putin, che si collegheranno soltanto in videoconferenza, pesano ma non devono essere condizionanti. La paura di contagio da Covid 19 è la motivazione addotta: si sa che entrambi vivono in una sorta di bolla, in residenze iperprotette, da quando c'è la pandemia. Ma è anche una scusa per mascherare la loro ben nota idiosincrasia per il multilateralismo (tipica degli autocrati) e per evitare di sentirsi sul banco dei cattivi in condotta su alcuni dei temi cruciali del summit, in particolare le emissioni nocive. Putin ha un precedente di manifesta insofferenza per il G20 se si sente sotto accusa: nel 2014 lasciò in anticipo quello di Brisbane per protesta contro le pressioni ricevute sull'Ucraina.

Ma le emergenze con le quali si confronta il G20 romano - le "3P", che stanno per "People, Planet, Prosperity" - sono troppo drammatiche per farsi condizionare dalle suscettibilità dei suoi membri (anche l'Arabia Saudita va inclusa nella lista). Con una doverosa premessa per evitare giudizi affrettati sui documenti che usciranno alla fine. Il vertice che comincia oggi e si conclude domani, e tra l'altro precede a stretto giro il Cop26 di Glasgow sul clima, è la punta dell'iceberg di un lavoro multilaterale che dura da un anno, nel quale ci sono state numerosissime riunioni tematiche e ben 13 incontri a livello ministeriale (oltre al G20 straordinario sull'Afghanistan).

In una certa misura l'accordo storico sulla "minimum tax", sancito dall'Ocse con 140 Paesi, è frutto del percorso di preparazione del G20. E quello che sarà indicato nei documenti romani non potrà non segnare la via alla riunione di Glasgow patrocinata dall'Onu. Perché se è vero che al Cop26 sono iscritti 200 Paesi è altrettanto vero che quelli del G20 assommano l'80 per cento del prodotto lordo domestico e altrettanto delle emissioni nocive di tutto il pianeta.

Delle 3P, la prima, "People", può essere letta anche come Pandemia e ha il codice di priorità più alto. Cinque milioni di persone sono morte per il coronavirus, il mondo conta 124 milioni di nuovi poveri, milioni di nuovi disoccupati e di studenti che rischiano di non poter completare il loro ciclo educativo. La distribuzione dei vaccini è terribilmente diseguale e l'impegno del G20 di vaccinare entro il 2021 almeno il 40 per cento della popolazione mondiale è il più impegnativo degli obiettivi di questo summit. Tra l'altro la composizione stessa del G20 riflette la disomogeneità vaccinale. Come ha scritto Marco Minniti sul nostro giornale, il convitato di pietra è l'Africa, che tra l'altro è l'oggetto delle mire espansionistiche dei due grandi assenti a Roma, la Russia e la Cina.

La seconda P, Pianeta, può essere declinata anche come Perturbazioni. Basta considerare quanto sta succedendo in questi giorni in Sicilia per capire che i cambiamenti climatici sono la seconda priorità, più a medio termine della prima, di questo summit. Ancora una volta gli assenti sono i più restii a tenere una condotta virtuosa. Ma gli obiettivi di arrivare a emissioni zero entro il 2050 (la cosiddetta "carbon neutrality") e di contenere entro 1,5 gradi, anziché 2, il surriscaldamento globale sono irrinunciabili. Perciò, in queste due giornate romane alla vigilia di Glasgow, sarà importante vedere quale formulazione di compromesso sarà trovata tra zelanti e reticenti.

Infine sulla terza P, la ripresa economica dopo la pandemia, l'economia mondiale sembra avviata sulla buona strada, secondo gli ultimi dati del Fondo monetario (più 5,9 di crescita nel 2021). E alcuni risultati sono stati già raggiunti nel corso della preparazione del vertice di Roma: oltre alla "minimum tax" anche l'estensione della sospensione del debito per i Paesi in via di sviluppo può essere ascritta al percorso preparatorio. Ma molto resta ancora da fare per evitare crisi future, per regolare il commercio internazionale, a cominciare dall'e-commerce, e per aumentare l'inclusione digitale.

Le tre P che compongono l'agenda del summit sono problemi (per restare nelle P) giganteschi. Da Roma non ci si aspettano miracoli. Ma segnali di buonsenso, di buona volontà e anche di generosità da parte dei Grandi Venti del pianeta, quelli sì: non possono più non arrivare. Non bastano le strette di mano e le foto di gruppo.