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(ansa)
La revisione del reddito di cittadinanza
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Il reddito di cittadinanza va migliorato per renderlo più adeguato al duplice scopo di rimediare alla povertà grave, che non consente di soddisfare i bisogni essenziali, e di favorire l'inclusione sociale, vuoi tramite l'accesso al mercato del lavoro, vuoi (per la maggioranza dei beneficiari di RdC) tramite la partecipazione ad attività socialmente utili e il contrasto alla povertà educativa dei minorenni. Per migliorarlo occorre partire dai dati, non da narrazioni più o meno fantasiose.

 

Fa parte di queste ultime l'idea che i beneficiari (adulti e in grado di lavorare) rifiutano offerte di lavoro, che sarebbero abbondanti, perché l'ammontare del reddito di cittadinanza che ricevono è talmente generoso da consentire loro di stare in panciolle. È dubbio che un importo medio del beneficio di meno di 600 euro per famiglia, non per persona, sia così generoso da scoraggiare una occupazione anche modesta …

Il reddito di cittadinanza va migliorato per renderlo più adeguato al duplice scopo di rimediare alla povertà grave, che non consente di soddisfare i bisogni essenziali, e di favorire l'inclusione sociale, vuoi tramite l'accesso al mercato del lavoro, vuoi (per la maggioranza dei beneficiari di RdC) tramite la partecipazione ad attività socialmente utili e il contrasto alla povertà educativa dei minorenni. Per migliorarlo occorre partire dai dati, non da narrazioni più o meno fantasiose.

 

Fa parte di queste ultime l'idea che i beneficiari (adulti e in grado di lavorare) rifiutano offerte di lavoro, che sarebbero abbondanti, perché l'ammontare del reddito di cittadinanza che ricevono è talmente generoso da consentire loro di stare in panciolle. È dubbio che un importo medio del beneficio di meno di 600 euro per famiglia, non per persona, sia così generoso da scoraggiare una occupazione anche modesta pagata il giusto. In ogni caso non esistono dati certi né sulle offerte di lavoro né sui rifiuti. Gli unici dati attendibili riguardano quanti, tra coloro che sarebbero tenuti a sottoscrivere un patto per il lavoro, lo hanno effettivamente fatto e quindi sono stati "presi in carico" dai centri per l'impiego. Solo 420.689 su 1.109.287, il 37,9%, al 30 settembre di quest'anno secondo gli ultimi dati Anpal. Certamente troppo pochi, anche se si aggiungono i poco più di duemila impegnati in un tirocinio e se si considera che durante i mesi più acuti della pandemia le misure di attivazione sono state sospese. Ma questo dato non segnala la mancanza di volontà dei beneficiari, bensì il ritardo con cui questi vengono contattati, un ritardo che poi grava anche sulla possibilità di ricevere un'offerta di lavoro o di formazione. Lo stesso, per altro, avviene anche per chi dovrebbe essere coinvolto in progetti utili alla collettività. Decurtare il reddito di cittadinanza dopo il primo rifiuto di un'offerta di lavoro congrua e neppure diminuire progressivamente l'importo del beneficio a prescindere dal fatto che si sia ricevuta o meno un'offerta di lavoro (o di inclusione sociale), come deciso nella manovra appena approvata dal governo, non coglie la sostanza del problema, visto che le offerte, e prima ancora le prese in carico, latitano. Occorre fare in modo che i centri per l'impiego abbiano personale a sufficienza e adeguatamente preparato per realizzare le politiche attive del lavoro, che sono una attività complessa, sia di mediazione tra domanda e offerta di lavoro, sia di orientamento e formazione. Lo stesso vale per i servizi sociali comunali. Occorre anche modificare quelle norme che, peccando di irrealistica astrazione, identificano criteri di "lavoro congruo" lontani dall'esperienza della maggioranza dei beneficiari del RdC, stante che questi spesso non hanno una esperienza pregressa di occupazione cui fare riferimento in termini di qualifiche, orario, remunerazione, durata contrattuale. Un'occupazione pagata secondo i minimi contrattuali, anche se a breve termine (un mese) e/o a tempo parziale può costituire un importante passo nel processo di avvicinamento al mercato del lavoro per persone che ne sono lontane. E il reddito che ne deriva dovrebbe poter essere combinato, almeno fino ad una certa soglia, con il RdC, evitando scoraggianti aliquote marginali altissime che rendono poco utile lavorare (posto che un lavoro si trovi).

 

Ma vi sono anche altre criticità nella normativa del RdC che vanno corrette e di cui non si parla nella manovra. Una riguarda una scala di equivalenza che sfavorisce le famiglie numerose e in particolare quelle con figli minorenni, nell'accesso, non solo nell'ammontare del beneficio. È a causa di questa scala, che fa valere i maggiorenni il doppio dei minorenni, che i singoli e le famiglie piccole di adulti sono sovra-rappresentate tra i beneficiari a scapito di quelle numerose e con minorenni. Ricevono anche un beneficio medio più generoso in termini di percentuale del reddito medio delle famiglie di simile composizione. Le più svantaggiate sono le famiglie monogenitore. Persino il contributo per l'affitto è identico a prescindere dalla ampiezza della famiglia, come se le esigenze abitative non fossero diverse. Un'altra criticità riguarda l'eccessivamente elevato - 10 anni - requisito di residenza per gli stranieri, un requisito che, tra l'altro, espone l'Italia ad una procedura di infrazione a livello europeo.

 

Sono alcune delle criticità su cui ha lavorato e sta lavorando il comitato scientifico per la valutazione, appunto, del RdC, formulando proposte per la sua revisione, basate sull'analisi dei dati e non su prese di posizione ideologiche o narrazioni senza riscontro empirico. È sperabile che nella discussione parlamentare sulla manovra se ne tenga conto.