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Quale perimetro per il centrosinistra

(ansa)

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Forse il giudizio più sintetico e chiaro circa le conseguenze per il Pd del caso Zan lo ha pronunciato il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. Si tratta, come è noto, di una figura oggi un po' appartata, definibile come "riformista" ma indipendente, lontana dai gruppi organizzati nel partito. Ebbene Gori ha messo in guardia su un aspetto non secondario: il pericolo che il Pd si chiuda in una sorta di sdegnoso isolamento, facendo coincidere "il perimetro del centrosinistra", e quindi il quadro delle alleanze future, dal voto sulla legge Zan. In breve, chi ha sostenuto il testo appartiene al campo dei virtuosi; gli altri - i sospettati di aver tradito nel segreto dell'urna - vengono ricacciati nel purgatorio politico, senza possibilità di redenzione a breve.

Se avvenisse questo, possiamo aggiungere, il Pd rischierebbe di essere messo ai margini, insieme all'alleato Cinque Stelle e alla sinistra di LeU, proprio quando c'è da t…

Forse il giudizio più sintetico e chiaro circa le conseguenze per il Pd del caso Zan lo ha pronunciato il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. Si tratta, come è noto, di una figura oggi un po' appartata, definibile come "riformista" ma indipendente, lontana dai gruppi organizzati nel partito. Ebbene Gori ha messo in guardia su un aspetto non secondario: il pericolo che il Pd si chiuda in una sorta di sdegnoso isolamento, facendo coincidere "il perimetro del centrosinistra", e quindi il quadro delle alleanze future, dal voto sulla legge Zan. In breve, chi ha sostenuto il testo appartiene al campo dei virtuosi; gli altri - i sospettati di aver tradito nel segreto dell'urna - vengono ricacciati nel purgatorio politico, senza possibilità di redenzione a breve.

Se avvenisse questo, possiamo aggiungere, il Pd rischierebbe di essere messo ai margini, insieme all'alleato Cinque Stelle e alla sinistra di LeU, proprio quando c'è da tessere la tela del Quirinale. Un volto corrucciato esprimerebbe il contrario della duttilità indispensabile se si deve aprire un negoziato delicato e complesso, per il quale vale la capacità di discutere anche con gli avversari palesi e soprattutto mascherati, senza cedere alle emozioni e alle umane antipatie. Tanto più che ormai è chiaro quanto sia variegata, un po' a macchia di leopardo, la mappa dei franchi tiratori: comunque non riducibile all'esiguo campo di Italia Viva (ne ha scritto con la consueta lucidità Luca Ricolfi).

Non è un caso che ieri, negli ambienti dei 5S e della sinistra, sia circolato il nome di Rosy Bindi come candidata alla presidenza. Un nome verso il quale è impossibile non provare grande rispetto.

La storia dell'ex ministra della Sanità che era stata assistente di Vittorio Bachelet è una testimonianza di moralità in politica e nel servizio delle istituzioni. Al tempo stesso il suo nome viene evocato proprio per circoscrivere il campo: quel recinto Pd-5S-LeU cui aggiungere se possibile l'europeismo di Emma Bonino e magari il pragmatismo di Calenda. È all'incirca il "perimetro Zan".

Si andrebbe, almeno nelle prime votazioni, a un muro contro muro. Da una parte la destra che sostiene Berlusconi, ma è pronta a cambiare cavallo non appena cogliesse l'opportunità di avere un ruolo centrale nell'elezione. Dall'altra un centrosinistra bloccato nel suo timore di farsi giocare dalla spregiudicatezza manovriera di un Matteo Renzi.

E forse proprio qui è il nocciolo della questione. La polemica aspra di Enrico Letta verso il senatore di Scandicci, con allusione a una definitiva crisi di fiducia, va persino al di là della vicenda Zan. Assomiglia al tentativo di mettere fuori gioco Renzi in vista del Quirinale: schiacciarlo verso la destra, impedirgli di nuotare a suo agio nell'acquario parlamentare, chiudergli gli spazi di manovra.

È possibile che questa tattica, figlia di un'assoluta diffidenza verso il toscano, produca qualche risultato. Ma al prezzo di asserragliare il Pd e i suoi alleati in un fortino, disponendo peraltro di un numero di voti insufficienti per conquistare la presidenza della Repubblica. C'è sempre la possibilità di uscire dalle difficoltà lanciando un nome incontestabile: Mattarella oppure Draghi, la cui opera sembra tuttavia sempre più necessaria a Palazzo Chigi. Ma incombe anche il rischio di lasciare il bandolo della matassa nelle mani del centrodestra. Sarebbe una sconfitta assai più grave del ddl Zan.