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La pazienza delle democrazie

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L'esito del G20 e l'avvio di Cop26 segnano il ritorno del multilateralismo e nella crociata per il clima non pesano più solamente le superpotenze
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Il viaggio da Roma a Glasgow misura 1.966 chilometri. I leader del G20, che si è chiuso ieri nella Capitale, li hanno percorsi su aerei altamente inquinanti per aprire oggi, in Scozia, la Conferenza dell'Onu sul clima (Cop26). Non è stato un viaggio sereno. I Grandi portano in dote impegni sulla riduzione delle emissioni inquinanti che molti considerano troppo generici. La presidenza italiana del G20 ha dovuto, su alcuni punti del comunicato finale, mitigare le proprie ambizioni che erano ancorate agli obiettivi definiti dal G7. 

Più si allarga la platea dei Paesi coinvolti, e più di abbassa il loro reddito, più la definizione di traguardi ambiziosi diventa difficile. Draghi, che ha presieduto il summit di Roma, sottolinea giustamente il successo di aver comunque tenuto insieme e sulla giusta strada un gregge tanto eterogeneo. Johnson, che presiederà il vertice di Glasgow, mette le mani avanti enfatizzando le difficoltà che an…

Il viaggio da Roma a Glasgow misura 1.966 chilometri. I leader del G20, che si è chiuso ieri nella Capitale, li hanno percorsi su aerei altamente inquinanti per aprire oggi, in Scozia, la Conferenza dell'Onu sul clima (Cop26). Non è stato un viaggio sereno. I Grandi portano in dote impegni sulla riduzione delle emissioni inquinanti che molti considerano troppo generici. La presidenza italiana del G20 ha dovuto, su alcuni punti del comunicato finale, mitigare le proprie ambizioni che erano ancorate agli obiettivi definiti dal G7. 

Più si allarga la platea dei Paesi coinvolti, e più di abbassa il loro reddito, più la definizione di traguardi ambiziosi diventa difficile. Draghi, che ha presieduto il summit di Roma, sottolinea giustamente il successo di aver comunque tenuto insieme e sulla giusta strada un gregge tanto eterogeneo. Johnson, che presiederà il vertice di Glasgow, mette le mani avanti enfatizzando le difficoltà che ancora restano da superare.

Ma non è solo il contenuto dei comunicati finali a preoccupare il mondo. Il vertice di Roma, se non altro, è servito a diffondere la consapevolezza che gli impegni sulla carta, che pure fanno perdere mesi di negoziati ai diplomatici, non bastano. Perché, come ha detto Mario Draghi, l'operato dei governi sarà giudicato "sulla base di quello che facciamo e non di quello che diciamo". E quello che si fa è davvero troppo poco.

L'impegno a contenere "ben al di sotto dei 2 gradi", e possibilmente a un grado e mezzo, il surriscaldamento del Pianeta, preso solennemente nel 2015 a Parigi, è lontano dall'essere a portata di mano. In base ai tagli decisi finora, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, la temperatura del Pianeta si riscalderà di 2,7 gradi e intere regioni finiranno sott'acqua. Lo stesso comunicato finale del G20 riconosce che, se si vogliono confermare e rafforzare gli obiettivi di Parigi, "occorreranno azioni e impegni significativi da parte di tutti i Paesi". Paradossalmente, nel momento in cui mettono su carta i loro buoni propositi, i Grandi ne riconoscono l'inadeguatezza. Sarà contraddittorio, ma è già un primo risultato.

Eppure, come diceva Karl Kraus, "La meta è importante soltanto per chi cerca. Mentre per chi trova è importante il cammino". Se l'obiettivo del Sacro Graal delle emissioni zero è fondamentale, ed è in pericolo, non meno rilevante è il percorso virtuoso che i governi del Pianeta hanno imboccato per cercarlo. E questo percorso ha già portato un risultato concreto e molto incoraggiante: il ritorno al multilateralismo. "Senza multilateralismo non si va da nessuna parte", ha potuto dichiarare Draghi al termine dei lavori del G20. Un anno dopo l'uscita di scena di Trump, che aveva persino rinnegato gli accordi di Parigi, non è una conclusione scontata.

Il mondo sta tornando ad essere multilaterale, come ha sempre voluto l'Europa, e questo toglie un po' di peso all'arroganza delle superpotenze. A margine della crociata per il clima, infatti, il G20 ha permesso di chiudere l'accordo sulla tassazione delle grandi multinazionali, ha confermato gli aiuti finanziari per la transizione ecologica dei Paesi più poveri, ha ribadito che l'equità deve essere la misura del progresso futuro. Insomma, ha tracciato l'immagine di un mondo che preferisce il consenso e la composizione degli interessi all'esibizione dei muscoli e alle prove di forza. È un cambiamento importante, che premia la pazienza laboriosa delle democrazie rispetto ai colpi di scena e ai gambit azzardati degli autocrati.

Non è, sia chiaro, un risultato acquisito. L'assenza dal G20 del russo Putin e del cinese Xi stanno a dimostrare che, dopo la sconfitta di Trump, esistono ancora leader che si ritengono più leader degli altri in virtù degli arsenali militari su cui poggiano i loro troni. Al di là del muro eretto contro le democrazie, ci sono personaggi che sperano di poter dirigere il mondo con accordi tra i "Grandi" che prescindano da ogni considerazione sulla natura e la legittimità dei loro poteri. 

I risultati già ottenuti al G20, e quelli che si potranno forse ottenere al Cop26 di Glasgow, stanno invece a dimostrare il contrario. Che si tratti di affrontare la pandemia o di rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici, i governi sono obbligati a lavorare insieme, senza subire ordini dall'alto. Viaggio incerto e difficile, sicuramente, ma il solo che valga la pena di essere percorso.