✕

Se la politica aiuta a sognare

Ascolta l'audio

I giovani tra Cop 26, G20 e diritti
2 minuti di lettura

Teniamo vivi i sogni", dice Mario Draghi. Ed è una frase che arriva inattesa; pronunciata seriamente, emana qualcosa di romantico. Un po' come l'immagine dei leader partecipanti al G20 alla Fontana di Trevi: lanciare la monetina significa esprimere un desiderio, no? Sperare che l'attualmente invisibile, o impraticabile, si appresti a farsi visibile e praticabile. Ma la verità è che la parola politica, da un tempo che è difficile quantificare, non si accorda con parole come sogno, e tanto meno come desiderio. Il legame semantico funziona solo al passato: quando, sull'onda di nostalgie individuali e talvolta collettive, si guarda appunto alla brace dei sogni, rimpiangendo stagioni di entusiasmo. A queste latitudini, come dimostra l'ultima tornata elettorale, siamo più vicini alla distopia immaginata in un romanzo di José Saramago, con i cittadini che arrivano al seggio per votare in massa scheda bianca. Una sfiducia nei …

Teniamo vivi i sogni", dice Mario Draghi. Ed è una frase che arriva inattesa; pronunciata seriamente, emana qualcosa di romantico. Un po' come l'immagine dei leader partecipanti al G20 alla Fontana di Trevi: lanciare la monetina significa esprimere un desiderio, no? Sperare che l'attualmente invisibile, o impraticabile, si appresti a farsi visibile e praticabile. Ma la verità è che la parola politica, da un tempo che è difficile quantificare, non si accorda con parole come sogno, e tanto meno come desiderio. Il legame semantico funziona solo al passato: quando, sull'onda di nostalgie individuali e talvolta collettive, si guarda appunto alla brace dei sogni, rimpiangendo stagioni di entusiasmo. A queste latitudini, come dimostra l'ultima tornata elettorale, siamo più vicini alla distopia immaginata in un romanzo di José Saramago, con i cittadini che arrivano al seggio per votare in massa scheda bianca. Una sfiducia nei confronti della classe politica dichiarata, se possibile, in modo più netto e più disperato che nell'astensione. Nessuno degli elettori, nel romanzo di Saramago e in questo tempo, riesce a ricordare l'"antica felicità" con cui si andava alle urne. Per tenere vivi i sogni, sì: nella convinzione di compiere non un gesto blando e inefficace, ma al contrario, un gesto, il gesto per eccellenza in grado di innescare un cambiamento.


La partita impegnativa che i leader mondiali stanno giocando tra Roma e Glasgow sull'ambiente - Draghi lo ha detto apertamente - non ammette simulazioni: "Saremo giudicati sui fatti". Cosa che dovrebbe valere sempre, ma a un elettorato invecchiato nella sfiducia e stanco di giudicare, si aggiunge sulla questione ambientale una platea, anzi una comunità nuova, giovanissima, attenta e severa, in parte ancora senza diritto di voto. Indisponibile comunque a essere blandita; apatica nei confronti della "piccola politica", quella che rende sempre più aridi i talk show, e appassionata piuttosto a una politica grande, di scelte che letteralmente cambiano la vita.


Il risultato di battaglie che a molti novecenteschi paiono tuttora esteriori e non decisive - tanto quella legata alla crisi ambientale quanto quella del riconoscimento e della tutela dei nuovi diritti - ha invece un impatto più che tangibile sulle vite delle persone. Come si fa a non vederlo? E non occorre essere "seguaci" di Greta Thunberg, né di condividere le istanze di un imperfetto Ddl. Anzi. In questa stagione di disorientamento, di trasformazione, di ridefinizione di tutte le gerarchie, la politica, per appassionare e per convincere, è tenuta a una scommessa radicale sul presente. Non può più sventolare la parola "futuro" come una bandiera ingannevole, come l'eterno alibi della procrastinazione. Deve agire ora, nell'immediato, rendere chiare le sue scelte e gli effetti delle sue scelte sulla vita delle persone. L'impegno preso sulle emissioni di CO2 non cambia forse la nostra vita? L'impegno - mai realmente preso dalla politica italiana - sul diritto di cittadinanza di chi è nato in Italia da genitori stranieri non cambia forse quelle vite, una per una?


In un testo che da stasera va in scena a Roma al Teatro India nell'adattamento di Deflorian/Tagliarini, Chi ha ucciso mio padre, Édouard Louis, nato nel 1992, racconta del giorno in cui suo padre lo portò al mare per festeggiare un sostegno economico governativo: "Non ho mai visto le famiglie che hanno tutto andare a vedere il mare per festeggiare una decisione politica, perché la politica a loro non cambia quasi nulla". Ci si può lamentare dei governi, dice, e pensare alla politica come a una questione estetica. Ma c'è un'altra politica, che ti spinge verso il mare, che può davvero cambiare la vita, che è "questione di vita o di morte".