Clima: in continuità con il G20, è iniziata a Glasgow la Conferenza delle Parti (Cop26), nella quale i leader e i negoziatori di 197 Paesi cercheranno di riempire di contenuti gli accordi di massima raggiunti a Roma. Il negoziato sulla crisi climatica ha aspetti intrinseci che rendono assai difficile raggiungere un risultato positivo considerate anche le prime dichiarazioni dei leader. Come ha ricordato lo stesso Mario Draghi nella conferenza di chiusura del G20, è probabile tuttavia che il settore privato possa dare un impulso fondamentale al negoziato e alla lotta contro la crisi climatica.
La situazione è intrinsecamente complessa: i mutamenti nel clima dipendono dalle concentrazioni dei gas serra - e in primis di CO2 - in atmosfera, a prescindere dal Paese che emette questi gas. Le emissioni di gas serra, a loro volta, dipendono in gran parte dai consumi energetici: dipendono dunque dallo stesso sviluppo economico e dagli stili di vita che ne sono alla …
Clima: in continuità con il G20, è iniziata a Glasgow la Conferenza delle Parti (Cop26), nella quale i leader e i negoziatori di 197 Paesi cercheranno di riempire di contenuti gli accordi di massima raggiunti a Roma. Il negoziato sulla crisi climatica ha aspetti intrinseci che rendono assai difficile raggiungere un risultato positivo considerate anche le prime dichiarazioni dei leader. Come ha ricordato lo stesso Mario Draghi nella conferenza di chiusura del G20, è probabile tuttavia che il settore privato possa dare un impulso fondamentale al negoziato e alla lotta contro la crisi climatica.
La situazione è intrinsecamente complessa: i mutamenti nel clima dipendono dalle concentrazioni dei gas serra - e in primis di CO2 - in atmosfera, a prescindere dal Paese che emette questi gas. Le emissioni di gas serra, a loro volta, dipendono in gran parte dai consumi energetici: dipendono dunque dallo stesso sviluppo economico e dagli stili di vita che ne sono alla base.
È naturale dunque che diversi Paesi abbiano ambizioni diverse sui tempi e sull'intensità delle azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, senza considerare che questi ultimi colpiscono diversamente le varie aree del mondo. Si comprende in questo modo come mai pochi Paesi adottino unilateralmente costosi processi di riduzione delle emissioni, pagandone i costi e non ottenendo risultati.
Tutti questi ostacoli hanno sempre frenato accordi concreti e precisi contro i cambiamenti climatici, che fino ad oggi, da Kyoto 1997 a Parigi 2015, si sono limitati a fissare obiettivi sull'aumento della temperatura, complessi protocolli, ma poche azioni. Tanto che molti ritengono che il negoziato globale tra 197 Paesi sia un esercizio inevitabilmente sterile.
Per questo motivo anche la Cop26 è circondata da scetticismo, nonostante gli scienziati continuino a suonare l'allarme sulle conseguenze della crisi climatica. Se poi agli ostacoli aggiungiamo l'orizzonte temporale dei problemi climatici, ben più lunghi dei cicli della politica, si capiscono le difficoltà del negoziato.
Eppure, pur tra le difficoltà negoziali e diplomatiche, tre nuovi elementi emersi nel settore privato gettano una luce positiva sulle prospettive della crisi climatica.
Il primo e più importante elemento di novità è il mutamento delle preferenze dei cittadini, particolarmente delle giovani generazioni. Anche per l'intensificarsi degli eventi climatici estremi, la sensibilità sul tema è molto aumentata (si pensi all'Enciclica Laudato Si') e influenzerà inevitabilmente i consumi e i comportamenti, oltre che la morale e l'azione politica.
Il secondo elemento è la disponibilità di tecnologie che utilizzano meno energia e meno risorse naturali. Si pensi ai progressi nelle fonti rinnovabili o nella gestione dei rifiuti.
Il terzo elemento è la crescita impetuosa della finanza sostenibile (o Esg): oggi in Europa e negli Stati Uniti i bond che finanziano esclusivamente progetti ambientali, sociali o di governance sono cresciuti oltre il 25% e hanno raggiunto i 500 miliardi di dollari, mentre simmetricamente i capitali affluiscono con crescenti difficoltà ai progetti energivori che nessun investitore istituzionale sembra volere più finanziare. Senza contare che a fianco dei progetti volti a mitigare i cambiamenti climatici, i capitali Esg finanziano anche i progetti di adattamento ai cambiamenti climatici, tradizionalmente ignorati nei grandi negoziati.
Preferenze, tecnologie e disponibilità di capitali sono i fondamentali dell'economia e stanno già dando forma alla crescita sostenibile di cui abbiamo bisogno. Riflettiamo su quanto sta accadendo nell'automotive e nella mobilità, alla transizione ecologica come condizione per ricevere i fondi del programma Next Generation Eu, alla nuova organizzazione del lavoro che sta prendendo forma dopo la pandemia.
È dunque possibile che il settore privato stia già offrendo una strada complementare, se non alternativa, rispetto ai grandi accordi globali tra Stati, difficilissimi da raggiungere. Come ha ricordato Boris Johnson, la strada per raggiungere risultati efficaci è ancora lunga. In questo cammino, che non comincia e non finisce con il G20 di Roma e la Cop 26, è possibile che l'utopia dei grandi accordi globali venga affiancata e sostanziata dall'azione del settore privato. Di miliardi di cittadini del mondo capaci di imprimere una svolta alla crisi climatica con le proprie preferenze, innovazioni e capitali.