L'eterno fantasma del non-governo
di Stefano Folli , di Stefano FolliGiorno dopo giorno, l'immagine del "non-governo", evocata dal premier Draghi citando Ugo La Malfa, dimostra di incombere ancora sui destini del Paese. Non riguarda in modo diretto ed esplicito questo esecutivo, ma è una condizione generale che accompagna la vita politica e racconta di un sistema che tende a sopravvivere, ma con modeste capacità di rinnovarsi e di realizzare riforme incisive. Rispetto a quando La Malfa coniò l'espressione, a metà degli anni Settanta conversando con Alberto Ronchey, la situazione è persino peggiorata. Allora la cornice politica era robusta e il sistema poggiava su partiti che apparivano ancora solidi. Magari chiusi nei loro apparati ideologici, diffidenti verso l'esterno, e tuttavia solidi. Oggi i partiti sono o sembrano liquefatti, quasi sempre inadeguati rispetto al loro compito storico: trasformare in forza politica positiva gli umori e i sentimenti dell'opinione pubblica. Di qui la crisi p…
Giorno dopo giorno, l'immagine del "non-governo", evocata dal premier Draghi citando Ugo La Malfa, dimostra di incombere ancora sui destini del Paese. Non riguarda in modo diretto ed esplicito questo esecutivo, ma è una condizione generale che accompagna la vita politica e racconta di un sistema che tende a sopravvivere, ma con modeste capacità di rinnovarsi e di realizzare riforme incisive. Rispetto a quando La Malfa coniò l'espressione, a metà degli anni Settanta conversando con Alberto Ronchey, la situazione è persino peggiorata. Allora la cornice politica era robusta e il sistema poggiava su partiti che apparivano ancora solidi. Magari chiusi nei loro apparati ideologici, diffidenti verso l'esterno, e tuttavia solidi. Oggi i partiti sono o sembrano liquefatti, quasi sempre inadeguati rispetto al loro compito storico: trasformare in forza politica positiva gli umori e i sentimenti dell'opinione pubblica. Di qui la crisi permanente che in un modo o nell'altro scandisce la vita collettiva.
Il fatto che nove mesi fa sia stato necessario chiamare alla guida del governo, in un clima di emergenza, una personalità come Draghi - e non erano passati tre anni dalle elezioni generali del 2018 - , lascia capire a quale punto fosse la paralisi. Il nuovo presidente del Consiglio, raccogliendo senza dubbio i suggerimenti di Mattarella, presentò l'esecutivo di quasi unità nazionale come un'opportunità storica offerta alle forze politiche per rigenerarsi e riallacciare i fili spezzati con il Paese. A tutt'oggi sembra che l'opportunità sia stata colta solo in parte. È vero che la spinta delle forze cosiddette "sovraniste" di destra e di sinistra si è attenuata, soprattutto a causa della povertà delle loro proposte, ma nel complesso non sembra proprio che i partiti siano pronti a riprendersi il centro della scena.
È quasi un'anomalia democratica. Sta di fatto che le ragioni che all'inizio di questo 2021 spinsero il capo dello Stato ad affidarsi all'ex presidente della Bce permangono tutte. Al tempo stesso si è avuta la conferma che la tendenza del sistema è verso il "non governo", cioè verso la stasi: a meno che una personalità fuori del comune non impegni il suo prestigio in una fatica quotidiana senza requie in ogni settore, mescolando mediazione e decisionismo. È quello che sta facendo Draghi e ci si domanda per quanto tempo ancora riuscirà a farlo senza disporre di una forza politica che abbia in lui il suo riferimento. I critici fanno notare le zone d'ombra che comunque restano perché è difficile rischiararle: ad esempio il ritardo della legge di bilancio, le riforme molto citate e fin qui poco realizzate, l'incertezza su quando arriveranno i fondi europei - al di là dell'anticipo già ricevuto - e per quali opere saranno realmente utilizzati.
Per mille ragioni stiamo andando verso scelte cruciali, destinate a lasciare il segno. La paralisi politica si giustifica oggi con l'attesa per il conclave laico di gennaio, da cui uscirà eletto il successore di Mattarella. E questo è il punto cruciale. Se non accadrà che l'attuale presidente sia confermato, occorrerà trovare una figura in grado di offrire gli stessi esiti sia nel rapporto con i governi esteri sia con Palazzo Chigi (Giuliano Amato?). Ma siamo lontani da un simile approdo e intanto i rischi del "non governo" crescono e si ramificano come le liane nella palude.